domenica 18 febbraio 2018

Giovanni Lindo Ferretti @ Hiroshima Mon Amour - Torino 06/04/17

Ancora una volta nella pancia dell'Hiroshima, locale storico di Torino dove si è assistito a tanti concerti memorabili sin dalla nostra più tenera adolescenza. Ancora una volta qui, con la voglia di lasciarsi incantare dalle emozioni suscitate da uno dei più grandi parolieri del nostro paese, colonna portante della musica italiana, colonna sonora di tanti anni delle nostre vite: Giovanni Lindo Ferretti, o se preferite, Ferretti Lindo Giovanni, per gli amici, Mastro Lindo.
Sono passati più di dieci anni dall'ultima volta che ho avuto il piacere di vederlo dal vivo; allora cantava nei PGR, ultima incarnazione di quel consorzio di suonatori indipendenti che negli anni '90 rispondeva al nome di CSI, gruppo nato dalle ceneri dei CCCP, che all'inizio di quella magica decade si era fuso con parte dei Litfiba. Ma penso che la storia più o meno la conosciate già tutti.
I concerti dei CSI li porto ancora adesso nel cuore come dei momenti di altissima poesia e sterminata emozione; le liriche di Ferretti hanno il potere di affascinarmi tutt'ora e di risultare ancora così potentemente attuali, che un appuntamento del genere era irrinunciabile. è il mio secondo concerto con V. Non so esattamente come sarà rivedere dopo tanto tempo Mastro Lindo, ma una cosa è certa: sarà una serata memorabile.
Il buio avvolge il pubblico sempre più nervoso da ormai più di mezz'ora. Il tempo passa, passa l'orario previsto di inizio concerto e il brusio nella sala cresce. Passa forse un'altra mezz'ora e sul palco non si vede ancora nessuno. La gente comincia ad essere preoccupata che Ferretti, famoso per non essere esattamente il ritratto della salute, possa non presentarsi. Io, al buio, mi godo il momento, l'attesa, la compagnia, l'impazienza ingiustificata degli astanti.
Ferretti non è una rock star e non sale sul palco per timbrare il cartellino; è un montanaro, una sorta di eremita allevatore di cavalli, è completamente avulso dalle logiche di mercato e dagli obblighi imposti dalle esigenze, dal tempo e dallo spazio. è sceso a valle, in questa tabula rasa tutt'altro che sterile e igienica, ex-unità di produzione, per portarci un soffio di lentezza e compassionevole contemplazione sulle miserie del mondo. Lui può, lo ha sempre fatto, a maggior ragione oggi ne ha facoltà, lui che certe cose le ha sempre dette e ancora le ribadisce, nonostante le critiche di infedeltà alla "linea", a quell'ortodossia così ferocemente sbandierata negli anni ottanta. Siamo noi che non lo abbiamo ascoltato. Le sue parole sono ancora tremendamente valide: la linea, non c'è mai stata.
Capelli rasati, una piccola cresta, stivali, un gilet sopra una camicia dalle tonalità spente, pantaloni militari, le mani sprofondate dentro le tasche. Un abbozzo di sorriso compiaciuto, una rigidità statuaria e marziale che lo accompagnerà per tutto il set. Vino, sigarette e leggio come strumenti. Lo accompagnano due ex-Üstmamò alle chitarre, al basso e talvolta al violino.
Il buon Ferretti è sempre lui, quella voce cavernosa, annoiata e al contempo isterica, lugubre e romantica è sempre la stessa e quelle parole...
I tre spesso pacioccano con le basi, con gli attacchi, talvolta sono un po' scollati e scardinati e lo stesso Giovanni incespica qua e la nei suoi testi torrenziali che rigurgita dalle pieghe del passato a tratti con lentezza catatonica e ipnotica, in altri momenti a velocità fulminea. Le canzoni sono spesso riarrangiate e infarcite di nuove strofe, letture, pensieri, moniti, citazioni e manifesti di un tempo che non c'è più, ma che è ancora tra noi, come uno zombie. I brani talvolta si accavallano e si scambiano i versi, si richiamano, si compenetrano in una liturgia che ha del malinconico per la sua natura di revival socio-politico delle nostre coscienze, ma la cui lucidità è tuttora disarmante.
Ai brani appartenenti alla sua carriera da solista si affiancano una manciata di pezzi del periodo CSI, tra i quali l'apocalittica Cupe Vampe e il loro capolavoro assoluto, Irata, ma la parte più grande della scaletta è dedicata al repertorio CCCP. Amandoti, Oh! Battagliero, Curami, And the Radio Plays, Depressione Caspica, tanto per darvi un'idea. Reminiscenze che danno i brividi e che sconvolgono il cuore quando si giunge ad Annarella, a mio parere una delle canzoni italiane più belle che siano mai state scritte.
Ferretti è solo sul penultimo pezzo, Emilia Paranoica, che decide di cacciare le mani fuori dalle tasche e abbandonare la sua rigidità da stilita per perdersi nel suo classico ballo da incantatore di serpenti. è una gioia vederlo danzare, anche se le parole ci piovono nelle orecchie come quelle bombe esplose su Beirut alle quali si fa riferimento nel testo.
Sul finale siamo noi a ballare, anzi, a pogare: i bombardieri su Beirut lasciano lo spazio ai caccia sovietici di Spara Jurij e anche se non ci sarebbe nulla di cui essere allegri, perchè allora i morti furono quasi trecento, il brano è ormai (o forse lo è sempre stato) un omaggio al più genuino punk italiano e, potere della musica, si tramuta in una festa di gente che ha solo voglia di divertirsi, ballare e ringraziare Mastro Lindo che è venuto a portarci ancora una volta il suo "verbo", un po' impolverato, talvolta autoreferenziale, ma sempre gradito. è un po' come ascoltare i vecchi racconti del nonno... Non tutto si trasforma in insegnamento, ma ogni parola è ammantata dalla magia del vissuto di un tempo lontano, che magari non abbiamo neanche conosciuto, ma che in qualche modo c'è stato tramandato e ce lo ritroviamo nel sangue e nel DNA, o nel cuore, come quando torniamo con la mente alle parole di un brano come Annarella.
Grazie, Giovanni.

Nessun commento:

Posta un commento

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...