martedì 17 ottobre 2017

Deftones @ Fabrique - Milano 21/04/17

Dopo essermi perso il live del 2016 ed essermi mangiato le mani per mesi, non potevo non essere presente a questa seconda data dei Deftones in Italia. Questa band è stata, ed è ancora, ormai da anni, una delle colonne sonore principali delle mie giornate. Scoperti all'epoca di Around The Fur (1997) e frequentati solo di rado, a causa di due amori che all'epoca avevano monopolizzato i miei ascolti (Marilyn Manson e Korn), han continuato per molti anni a bruciare il loro magico fuoco sotto le ceneri di un genere che col passare del tempo si era andato quasi a spegnere; sino a questo evento.
In tempi piuttosto recenti, ascoltando una playlist nu-metal, incappai in Digital Bath: il fuoco aveva ricominciato ad ardere con antico vigore e quel pezzo mi aprì le porte del tempo e dello spazio, risucchiandomi in un vortice abbagliante di melodia, tenebra e luci caleidoscopiche. Ero destinato ad amare i Deftones, prima o poi. Koi no yokan.
Il Fabrique è stracolmo, davvero non ci entrerebbe più uno spillo. Io e Dea siamo più o meno posizionati entro la quinta fila. L'Adrenaline è davvero alle stelle e si sente la tensione del pubblico che sale dal pavimento. Energia e devozione sono presenti e pronte ad investirci prima ancora dell'inizio. Una grande atmosfera!
Improvvisamente una sorta di drone parte dagli amplificatori e il palco esplode in un intenso biancore nucleare. Chino sale sul palco, il pubblico è in delirio, i Fichitones attaccano con Korea, da White Pony, il loro disco più importante e da moltissimi considerato il migliore. Mi chiedo se la scelta sia in qualche modo collegata alle operazioni missilistiche messe in atto da quella nazione in quegli stessi giorni, ma non ho troppo tempo di starmene li a pensare. Al primo accordo di chitarra, Dea mi tocca la spalla dicendomi "ok, ci vediamo dopo al lato del palco" e scappa. Difficile biasimarla: la pressione è talmente selvaggia che si fa davvero fatica a respirare e stare tra le prime file è un delirio.
Tutto il primo brano è una lotta per la sopravvivenza e quando, senza soluzione di continuità, parte Elite, le cose non fanno che peggiorare. Ho già i piedi del tipo che mi stava di fianco sulle mie spalle, la gente fa crowd surfing e il mosh pit è spaventoso. Chino alla prima strofa del pezzo è già tra le braccia della folla. Io non ho più fiato, nè l'età e la voglia per poter sopportare ancora la pressa umana. Avessi una quindicina d'anni in meno e non indossassi gli occhiali sarebbe anche divertente, ma così non ha senso: vorrei godermi un po' del concerto. Tiro qualche gomitata, spingo e sfondo, mi apro un varco e alla fine mi ritrovo sotto al palco, di lato, inspiegabilmente esattamente di fronte a Dea, che ha ancora il panico negli occhi che si va a sommare alla mia incredulità. Non ci posso credere: mi aspettavo un po' di movimento, ma siamo lontani dai tempi di Adrenaline, pensavo che anche dal vivo si fossero dati una calmata; una roba del genere non l'avevo preventivata, nè vista prima, neanche ad un live dei Megadeth!...
Cerco di tirare il fiato. Siamo sotto Sergio (basso), che ci delizierà con una performance fisica ed emotivamente carica tutta la serata: grande presenza che fa da contraltare all'immobile Stephen (chitarra), che così angolati, comunque, non abbiamo modo di vedere molto bene. Evvai: ottima posizione, grande visuale e un po' di quiete. Ok, possiamo iniziare a capire dove diavolo ci troviamo. Mi sembra di essere scappato dal laboratorio di uno scienziato pazzo e la mia fuga per la salvezza è stata accompagnata dalle urla di Chino, che sbraita nel mic "When you're ripe, you'll bleed out of control..."
Buio, per un paio di secondi.
Chino in piedi sulla spia: "To the edge till we all get off..." Brividi da tutte le parti: Diamond Eyes è uno dei pezzi che aspettavo maggiormente di sentire. Il primo regalo della serata, un viaggio tra le orbite di pianeti lontani, in cerca di uno spirito gemello. Perfettamente inghiottito nel buio e nel suono. Gioia!
Il Fabrique si tinge di rosso ed è la volta di You've Seen the Butcher. Atmosfera malata tipica di un certo filone del gruppo.
Alla fine del brano le silhouette dei musicisti compaiono dal buio tagliato da fasci di luce bianca/azzurra. Chino ha imbracciato la sua SG: Tempest giunge travolgente come una cascata di riverberi e gioia. Si respirano il vuoto e la pioggia, si diventa parte di un fulmine e ci si fonde nel cielo, mentre si balla all'unisono. Magnifico pezzo tratto dal mio disco preferito, Koi No Yokan.
I feedback di chitarra ci tengono ancora appesi dalle spalle, quando si riversa su di noi Swerve City, la traccia che apre proprio Koi No Yokan. Una strana inversione: se ricordo bene generalmente suonavano prima questa e poi Tempest. Ma chi riesce a pensare? Siamo tutti con le mani alzate e si urla a squarciagola "They travel through the air!!!" mentre non si smette di saltare. Mentalmente dedico il pezzo proprio a loro che sono sul palco: sono loro, per me, a "viaggiare attraverso l'aria".
Chino ringrazia il meraviglioso pubblico (come dargli torto?) e attacca con Gore, pezzo che da il titolo al loro ultimo album, una delle tracce più dure ed oscure di questo lavoro, che viene seguita da (L)MIRL, sempre dallo stesso disco.
La successiva è Kimdracula, un pezzo che ammetto di non conoscere, essendo tratto da un album che mi ha entusiasmato davvero poco.
Si ritorna alle stesse atmosfere di Tempest, con le stesse luci che illuminano il palco. Si ritorna a Koi No Yokan. Chino esegue sulla sua SG il riff iniziale di Rosemary. Grazie, ragazzi, mi volete bene! Un capolavoro di vertigine, siamo rapiti da colori e ombre, forme geometriche e luci nel buio cosmico, nel gelo siderale che ti infiamma la pelle e l'anima: "Time-shift, we discover the entry to other planes. Stay with me as we cross the empty skys". Che dire? Lacrime di commozione.
Appena il pezzo termina e riprendiamo contatto con questa misera terra, Chino ricorda di quando vennero in Italia per la prima volta nel '98, per promuovere il loro secondo disco Around The Fur, e di come all'epoca avessero all'attivo appunto un altro disco, Adrenaline, datato '95: non sa dire quante volte abbiano suonato vecchio materiale di quei giorni, ma stasera l'intenzione è quella di riprovarci.
E questo, per chi aveva ancora dei dubbi, mette in chiaro che la band stia spingendo molto l'acceleratore suoi pezzi più energici e violenti del suo repertorio. Personalmente preferisco la loro veste più "melodica" e "recente", non essendo un gran fan del primo disco, che comunque presenta dei gran pezzi. Di quel periodo preferisco decisamente le prime cose dei Korn.
Fisicamente i ragazzi fanno comunque impressione: un set tiratissimo dove non si concedono pause e pestano come dei dannati. Chino non si risparmia un attimo e tiene uno show da brividi tutto il tempo, se pur privilegiando l'interpretazione proprio di quei brani più aggressivi e scivolando sulle parti più melodiche, che però, va detto, sono tecnicamente più difficili da rendere oggi in un live impostato in questo modo. Mi godo a distanza il mosh pit e il crowd surfing su Minus Blindfold e Teething.
Ancora con un sacco di Adrenaline addosso, Abe ci introduce il pattern di batteria di Digital Bath.
Siamo immersi nel verde e ci facciamo un bagno con il cavo di una lampada. è il pezzo che per certi versi mi ha portato qui stasera: sono incredibilmente emozionato, ma l'interpretazione non è delle migliori, purtroppo, proprio a causa della voce di Chino e dei mancati falsetti isterici che rendono così malato e mitico questo pezzo e che qui vengono malamente riprodotti. Anche se è un po' buttata via, "I feel like more, tonight..."
Change (In the House of Flies) entra sulla coda di Digital Bath, creando una doppietta da infarto.
Questa è suonata alla grande, a parte Frank che è lento a far partire il campione che apre l'intro del pezzo e un po' spezza la magia. Svista a parte, sentire dal vivo Change è magnifico, incredibilmente coinvolgente, straziante per quanto sia bello. Ripensiamo a tutte quelle volte che più di quindici anni fa la ballavamo al buio dei locali che frequentavamo. Allora, per me, l'arrivo di questo pezzo e di Falling Away From Me dei Korn, rappresentava la parte più bella della serata.
Chino è estasiato dalla risposta del pubblico, che è davvero impressionante, poche volte ho visto qualcosa del genere: un unisono di movimento, gioia e partecipazione.
Non si prende fiato e dopo la doppietta magica, continua il filotto da ictus con Be Quite and Drive (Far Away). Chino si avvicina alla parte del palco dove siamo noi e ho proprio l'impressione che incroci il mio sguardo, quando cantiamo insieme la prima frase del pezzo "This town don't feel mine" e entrambi alziamo davanti a noi il dito indice ad indicare la negazione. Perfetta sincronia, su uno dei miei brani preferiti. Sono completamente dentro al pezzo, sono dentro il mio iPod, sono nella mia testa, loro sono in me e io in loro. Grazie, Fichi! Macinare questo brano in cuffia e poi poterlo cantare con voi non ha prezzo. Portatemi via con voi, lontano, "I don't care where, just far!"
My Own Summer (Shove it). Il Fabrique ci crolla in testa. Potete non conoscere i Deftones, ma questo pezzo sicuramente l'ha sentito chiunque. Recuperatevi almeno la colonna sonora di Matrix!
Beh, questo lo suonavamo, quando ancora sedevo dietro le pelli e i Korn erano il nostro punto di riferimento. Forse qualcuno che legge se lo ricorda ancora... Sono passati vent'anni. Ma eccoci qua.
Quarto pezzo di un poker che ha sicuramente fatto la gioia e tolto il fiato ad ogni spettatore di questa sera!
Headup chiude il main set, con un'altra botta di violenza. Chino continua a saltare da una parte all'altra e quando sale in piedi sulla spia, con il microfono intorno al collo, fissa il pubblico davanti a sè sorridendo, allungando un braccio, puntando l'indice verso il basso e facendolo roteare in un chiaro invito rivolto al mosh pit, che di certo non tarda ad essere accolto. Paz-ze-sco!
Piccola pausa (l'unica della serata!) prima degli encore.
I Fichi ritornano sul palco per eseguire Back to School (Mini Maggit), una scelta che un po' mi spiazza, perchè so che la versione rap di questo pezzo non è mai stata nelle loro corde, rispetto all'originale presente su White Pony, e spesso l'abbiano considerata una forzatura voluta dalla produzione, in un momento di transizione del gruppo, proprio quando stava abbandonando quel tipo di attitudine per intraprendere nuove strade. Oggi come allora suona una concessione un po' forzata ad una fase primordiale che per certi versi "si sente" di dover omaggiare.
Violenta anche la chiusura, affidata alla più recente Rocket Skates.
Io sono morto, davvero, ma goduto come sempre meno mi capita di essere ad un live.
Non vedo l'ora di rivederli, di ricondividere con loro e con un pubblico così caloroso la magia di una performance strepitosa di un gruppo che a distanza di più di vent'anni è ancora in formissima e ha saputo passare la prova del tempo, reinventandosi, non seguendo le mode e creando un sound assolutamente unico, senza nascondere le importanti influenze che hanno contribuito a forgiarlo.
Stracontento di questo live e della scaletta, che in origine sembra prevedesse anche il primo singolo tratto da Gore Prayers/Triangles, magnifico pezzo purtroppo lasciato fuori, così come non son stati suonati altri tre brani che erano nella mia wishlist della serata: Hole in the Earth, Sex Tape e Entombed. Pazienza, sarà per la prossima; nel frattempo,
"God bless you all for the song you saved us".


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