giovedì 29 settembre 2016

One More Time With Feeling

è difficile.
è difficile parlare di questo film, è difficile guardarlo.
Ma la parte più difficile forse è ritornare alla propria vita una volta usciti dalla sala.
Io non ho dormito. Ho cercato di mantenere un certo distacco, ma non ce l'ho fatta.
è difficile, lo è sempre, quando si tratta di Cave, perchè è sufficiente che quest'uomo apra la bocca o posi le sue mani sulla tastiera del pianoforte che la tua vita venga rimessa in discussione. è qualcosa che solo lui è in grado di fare, è un suo potere, o una sua maledizione, ma accade ogni volta: non importa quanto tu cerchi di prepararti e provi a difenderti, perchè lui troverà sempre un modo per sollevarti la pelle e andare a toccare i nervi scoperti di una sensibilità che preghi rimanga sopita. è tutto inutile, l'Uomo dalla Rossa Mano Destra ti scoverà, anche e soprattutto nel buio della sala, ti sedurrà, ti spaventerà e ti condurrà un passo più a fondo in te stesso, in recessi che ancora non avevi sondato, da dove ti osserverai e osserverai il mondo che ti circonda con nuovi occhi. Ti cambierà, che tu lo voglia o meno, e lo farà ancora una volta con sentimento.
Ero indeciso e insicuro: sapevo cosa stavo andando a guardare e non ero sicuro di volerlo fare. Sicuramente non avevo intenzione di essere spettatore del suo dolore. Non che attraverso i suoi dischi non lo si faccia, ma questa volta è diverso, è se possibile ancora più personale ed ancora più difficile. è giusto farlo? Lo si deve fare?
La musica c'entra, ma fino ad un certo punto, il discorso è più incentrato sul senso del tempo, del dolore, della perdita e del trovare un senso a tutto questo.
C'è molta onestà in ciò che si vede, c'è il desiderio di non raffinare troppo il prodotto finale, nè visivamente, nè musicalmente. Certo gli artifici del mestiere ci sono tutti, ma quelli sono funzionali a veicolare un messaggio, venga questo filmato o cantato, ma si avverte l'esigenza di rimanere il più aderente possibile al qui e ora, per non perdere la peculiarità del momento, con le sue sfumature di bianco e nero, con i suoi cambi di tono e tempo irregolari e zoppicanti quanto repentini e improvvisi. C'è l'esigenza di testimoniare una condizione unica, uno stato delle cose che deve essere rappresentato per quello che è, per amore di memoria, anche se lo si vuole dimenticare, anche se ci si ritornerà su altre milioni di volte, perchè il tempo è elastico e ci riporta sempre indietro. Ma le cose possono cambiare. Nel futuro il nostro passato sarà diverso, assumerà altre forme e altri colori, altri suoni, altri odori. Perchè l'elastico che viene teso non è mai uguale a prima, quando torna a rilassarsi: si sfibra, cambia poco per volta, in maniera impercettibile, ma non può essere uguale a se stesso.
La musica è sconvolgente, ma se ne parlerà meglio una volta ascoltato il disco. Quando il coraggio per farlo sarà sufficiente.
L'impressione comunque è quella di una lunga scivolata tra le pagine più buie del mondo di Cave; la sperimentazione, l'interpretazione, la lunghezza, l'improvvisazione e la deriva ipnotica di un pezzo come Jesus Alone rende l'idea. Non ci sono orpelli o struggenti parti melodiche agrodolci nelle quali crogiolarsi e alle quali aggrapparsi nella speranza di una disperata risalita dal romantico decadimento. Qui si è sdraiati sul fondo di un baratro dalle altissime e levigate pareti di cemento, lasciati soli a brancolare nel buio e nel fango umido, strisciando e avanzando a tentoni, nella speranza di scorgere un fievole baluginio.
è difficile. E spesso si avverte che seduti al buio, su comode poltrone imbottite, gli occhi si fanno umidi e un dolore ci prende al petto, nel vedere Cave che tenta di richiamare a sè colui che ha perso, che prega per un raggio di sole che torni a illuminare il suo buio e lo riscaldi mentre fissa il vuoto orizzonte del mare ghiacciato, alla ricerca di una risposta che non c'è, di una voce che è ormai muta.
Forse è troppo. Forse è troppo presto. Forse avrebbero dovuto lasciar decantare questo documentario in qualche archivio per poterlo poi eventualmente proporre o distruggere tra qualche anno. Forse Nick non è ancora troppo lucido per scegliere se mettersi così a nudo o elaborare più privatamente la sua tragedia. Il nuovo Nick Cave è una persona confusa, che non ha risposte o certezze, se non quella della bellezza del mondo, che nonostante tutto, con crudele testardaggine, continua a palesarsi a nostri occhi, giorno dopo giorno. E allora sente che quella bellezza deve trovare una voce che possa cantarla, che possa spiegarla a chi non ha la capacità di soffermarcisi, anche se sta strisciando al buio nel fango.
C'è ancora bisogno di qualcuno che canti le stelle.



Tra i vari pensieri che mi son passati in testa durante la visione del film c'è stato quello dettato dalla curiosità di sapere come la stavano vivendo gli altri spettatori, quanti di essi si stavano sentendo partecipi e quanti infastiditi da ciò a cui stavano assistendo. Questo pensiero mi ha portato a valutare le coincidenze, i punti di contatto, le similitudini e le diversità e ho cominciato a pensare alla sensibilità di certi artisti ai quali io sono legato, che hanno un forte debito nei confronti di Cave. Sono finito insomma a pensare ai Marlene Kuntz e in particolare a uno dei loro lavori più recenti che mi ha colpito negli ultimi anni: Canzoni per un Figlio.
Il contesto di quel lavoro è completamente diverso e parte da presupposti direi opposti, ma il legame di un padre con suo figlio è assolutamente centrale. Mi ha brevemente colpito come, per ragioni diversissime, i Marlene, e nella fattispecie Cristiano, abbiano dedicato un loro lavoro ad un figlio, questa volta in anticipo su Cave, che per altro viene anche citato in uno dei brani più belli del disco, che è invece sempre stato il punto di maggior riferimento per il cantante cuneese. Storie che si intrecciano, involontariamente. Passato, presente, futuro.
Si accendono le luci, esco dalla sala. La prima persona che noto nell'atrio è Luca Bergia, batterista dei Marlene Kuntz. Questa cosa era già successa diversi anni fa, sempre con lui, al concerto degli Einstürzende Neubauten. Per chi non lo sapesse, il nucleo primevo dei Marlene si è praticamente formato molti anni fa ad un concerto degli Einstürzende al Lingotto di Torino e il cantante-chitarrista-fondatore della band di Berlino è Blixa Bargeld, spalla e chitarrista storico di Nick Cave and The Bad Seeds.
Io, lui, loro, noi. Passato, presente, futuro, condizionale.
Il tempo è elastico.

1 commento:

  1. post strepitoso amico mio, davvero strepitoso.

    io l'album l'ho sentito, lo sto sentendo ancora, non riesco a smettere: lavoro pazzesco di cui e' stato difficile parlare ma lo ho dovuto fare, non ho saputo farne a meno.
    il film mi spaventa per le stesse ragioni per cui a te spaventa l'album, perche' l'idea di guardare gli occhi di Cave mi paralizza: per ora ad Atlanta non lo danno, quindi in un certo senso (per ora) sono "salva"...

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