mercoledì 4 novembre 2015

Paradise Lost @ Live Club - Trezzo sull'Adda (Mi)

Vent'anni, esattamente vent'anni; tanto è durata la mia attesa prima di poter finalmente vedere dal vivo la band di Halifax, uno dei gruppi metal che ritengo più significativi e importanti e che sin dal primo ascolto hanno lasciato in me una traccia indelebile. Vent'anni di ascolto discontinuo, per la verità, perchè soprattutto negli anni '00 io, come migliaia di fan in tutto il mondo, mi son discostato da quella che era la loro produzione, che disco dopo disco si andava allontanando sempre di più dalle sue caratteristiche originali, tastando il terreno delle mode musicali del momento e trasformandoli di volta in volta in vuoti cloni di band decisamente più degne d'esser seguite, alcune delle quali col metal nulla avevano a che fare (leggi Depeche Mode!). I Paradise Lost sono i padri fondatori di quel sottogenere denominato gothic (come il loro secondo disco del '91) e tendenzialmente li si ascolta in funzione di una predilezione per questo genere, quindi quando hanno cominciato a spingersi prima dalle parti dei Metallica, poi dei Depeche Mode confezionando un album clone di Ultra e infine a incorporare nel loro stile sonorità tipicamente associate ai Rammstein o altre band in voga ad inizio millennio, era chiaro che si sarebbe creato un esodo di fan spersi e confusi, che più non riconoscevano le sicure sponde della carezzevole mestizia britannica che tanto aveva caratterizzato i dischi cardine della band. Negli ultimi anni c'è stata un'inversione di marcia e i PL sono ritornati sui loro passi, nel tentativo di recuperare le proprie origini riproponendo dei lavori via via sempre più pesanti e cupi. Si è gìà parlato qui della mia opinione su questo ritorno alla base, che si è concretizzato appunto quest'anno con l'uscita di The Plague Within, disco che ha entusiasmato fan e critici in egual misura. Per conto mio avevo già da qualche anno ricominciato a seguire la band, recuperando i dischi che mi ero perso per strada, in cerca di qualcosa di buono da poter salvare. Di roba interessante ne ho trovata parecchia e quindi si è riaccesa in me la fiamma di questo vecchio amore, tanto che i PL sono stati una presenza costante nella mia personale colonna sonora di quest'ultimo anno, coronato dalla pubblicazione del loro ultimo disco. I tempi erano maturi per andarli a vedere dal vivo. Detto fatto: presi i biglietti questa primavera, appena dopo l'apertura delle vendite, ho aspettato con ansia la data del concerto, che non poteva ovviamente essere altra che il 2 di Novembre...
Gran bel posto per un concerto, il Live Club di Trezzo. Tra l'altro penso di non esser mai stato ad un live tanto tranquillo da parte del pubblico, che tuttavia si è dimostrato essere assolutamente presente e divertito. Non uno spintone, zero ressa, gente perfettamente rilassata...insomma, una gioia, dato che non si hanno più vent'anni. Peccato la sala fosse mezza vuota. I Paradise Lost, nonostante occupino da più di venticinque anni un posto di grande importanza in ambito metal e godano di grande rispetto anche da parte di molti loro colleghi, soprattutto dalle nostre parti sono più che altro considerati un gruppo di nicchia, quindi c'era da aspettarsela un'affluenza non esattamente oceanica. Non conosco le cifre ufficiali, ma a colpo d'occhio direi che il pubblico poteva superare di poco le mille unità, mille e cinque per essere generosi, ma stiamo comunque parlando di cifre da salotto.

Per la prima mezz'ora ci hanno tenuto compagnia i Lucifer, una classica formazione a quattro che riproponeva un doom rock preso pari pari da Master of Reality dei Sabbath, infarcito di misticismo, paganesimo hippy e ogni sorta di woooooah, yeooooooah, auuuuuuah possiate immaginare declamati dalla cantante, l'affascinante osbourniana streghetta teutonica Johanna Sadonis. Leggendo anche on-line si capisce come questo gruppo stia dividendo gli astanti dei vari concerti europei dei PL: c'è chi dice che ripropongano un genere e dei modi stucchevoli e patetici perchè fuori ogni tempo massimo, c'è chi si lamenta di una stanca riproposizione di cose fatte già nella notte dei tempi dai Signori di Birmingham, e chi invece se li è goduti senza fare troppe storie. Io mi colloco un po' in mezzo a queste opinioni. Mi rendo conto che non saranno il gruppo più innovativo e originale del mondo, ma basta che iniziamo a parlare di metal e un discorso del genere crolla miseramente, tuttavia a piccole dosi il loro spettacolo lo fanno bene e con dignità, risultando davvero piacevoli in più momenti, merito soprattutto delle ottime parti di chitarra di Gaz Jennings, già chitarrista dei Cathedral.
Ritengo che mezz'ora sia un tempo giusto per apprezzare i Lucifer, prima di essere sopraffatti dalla noia, ma detto questo, aggiungo anche che è sicuramente uno dei gruppi spalla più interessanti che abbia visto; magari un ascolto buttateglielo.
Ma finalmente il palco si prepara ad accogliere i cinque di Halifax, o meglio, i quattro, visto che alla batteria per questo tour è prevista la presenza di un session man, o session boy, dovrei dire, considerata la giovanissima età, un vampiro finnico dal viso inquietante.
Appena entrato nel locale mi son precipitato sotto al palco, leggermente angolato a sinistra, esattamente tra Nick (voce) e Greg (lead guit). Gregor Mackintosh è da sempre uno dei miei chitarristi preferiti (ancora non capisco perchè non l'ho inserito in Guitar Heroes. Quella lista sarebbe da aggiornare...) e se sono qui stasera lo devo essenzialmente a quello che esce dal suo strumento. Essere esattamente sotto al palco pone in questo caso un dilemma non da poco: meglio vedere bene o sentire bene? Sarà che io tendo ad idealizzare i miei eroi musicali, ma ad un concerto sento l'esigenza di godermi la vista della persona, tanto quanto la performance del musicista. In parole povere mi piace sentire bene, ma ho bisogno di vedere altrettanto bene. Non esiste che passi un concerto a guardare i megaschermi (sempre ci siano) o attraverso un cellulare o una fotocamera. Fatte le quattro o cinque foto di rito voglio poi guardare negli occhi chi è sul palco e dalla terza fila in poi comincio già a soffrire. Insomma, è un momento di comunione e se i brani posso sentirmeli bene su disco, vedere da vicino il musicista in questione potrebbe essere cosa non così frequente. Ma se normalmente essere sotto al palco è la scelta più faticosa fisicamente, ma tendenzialmente la più appagante dal punto di vista visivo e spesso (anche se così non dovrebbe essere) da quello audio, in questo caso le cose sono un po' più complicate.
Il problema nasce dal fatto che Greg e Aaron suonino le chitarre utilizzando un Kemper, che è un processore di segnale digitale, la cui funzione principale è quella di emulare le caratteristiche fisiche di un amplificatore o di crearne un "profilo" digitale. La funzione di amp profiling consente ai chitarristi di memorizzare sul Kemper e richiamarli successivamente, tutti gli elementi che compongono la loro catena audio, quindi preamp (testata), cabinet, microfonazione del cabinet ed eventuale effettistica. Tutto questo si traduce in un vantaggio incredibile per il chitarrista e per il fonico: sarà possibile soprattutto in sede live, ottenere tramite un unico strumento il complesso suono creato in studio per la registrazione di un album, che spesso prevede l'impiego di amp multipli e complicati settaggi di microfonazione. Questo è assolutamente conveniente per una band che suona frequentemente in festival, dove spesso non si ha tempo di eseguire il soundcheck e non sempre si dispone di tutta la propria attrezzatura, ma soprattutto diventa una benedizione in caso di spostamenti aerei: nelle dimensioni di un bagaglio a mano il chitarrista porta con sè tutto ciò che gli serve per ricreare sul palco il suo sound alla velocità del suono!
Fatta questa piccola spiegazione tecnica, capirete che se un chitarrista utilizza un Kemper dal vivo, non gli servirà quasi mai usare un cabinet microfonato sul palco (l'ampli, detto male, per chi non ha familiarità con questi termini), poichè avrà le caratteristiche fisiche della sua testata e del suo cabinet microfonato, digitalizzate e memorizzate nel suo Kemper, che sarà quindi direttamente collegato al mixer e uscirà dal PA (l'impianto voce del locale, le "casse"). Ecco quindi che se si è sotto al palco non si verrà investiti dal suono diretto che esce dall'amplificatore del chitarrista, ma anzi, la chitarra la si sentirà uscire esclusivamente dalle casse poste al lato del palco, che sono orientate verso il fondo della sala. Il risultato è che chi è in prima fila sentirà il suono più angolato e distante di chi sta dietro. Chiaro, no?
Questo è stato il primo problema della serata: il suono della chitarra di Greg, che è il cuore e la spina dorsale del sound dei PL era a dir poco deboluccio e bisognava prestare non poca attenzione per capire che stesse combinando. Recensioni lette su internet mi hanno confermato questo ed altri problemi legati al FOH mix riscontrati anche in altre città europee toccate dal tour. Il mix troppo fangoso risultava in chitarre e voce troppo "indietro", a favore di una batteria fin troppo presente, soprattutto sul rullante, che nei pezzi veloci si trasformava in un martello pneumatico poco sopportabile (un po' di compressione in più?...).
Ma questi son dettagli che si sono smaterializzati all'istante alla vista di Greg a meno di tre metri dal mio naso una volta salito sul palco. Grande emozione, davvero, potermi gustare da così vicino l'esibizione di un musicista che apprezzo tantissimo e che per anni mi ha fatto sognare grazie ai suoi fraseggi melodici.
Si comincia, come facilmente prevedibile, con No Hope In Sight, brano che apre l'ultimo disco. è una delle canzoni più belle degli ultimi anni di produzione PL ed è una vera goduria. Cinismo e pessimismo cominciano a diffondersi piacevolmente tra le fila di spettatori attivamente partecipi. L'inaspettata Widow, tratta da uno dei loro dischi capolavoro, nonchè il  mio preferito, Icon, segue senza soluzione di continuità con la veemenza di una macina. Nick annuncia un altro ripescaggio nel loro passato remoto prima che il gruppo si lanci in una tiratissima The Painless. Ok, è chiaro l'intento dei PL di dimostrare a tutti che son tornati alle loro origini e che stasera riproporranno alcuni dei brani più pesanti e duri della loro carriera.
Terminal conferma questa teoria e ci riporta al presente compiendo un balzo in avanti di 24 anni.
Erased emerge da quel periodo poco felice di cui si diceva prima. Un brano poco in linea coi vecchi e gli attuali PL, che io personalmente trovo comunque molto piacevole e son contento di ascoltare. Il pubblico la pensa come me e l'accoglie favorevolmente. Praise Lamented Shade riconduce l'atmosfera del concerto decisamente su territori più gotici. Mi piace il cantato di Nick in pezzi come questo. Sono tutt'altro che un amante del growl e l'utilizzo che se ne fa sugli ultimi dischi, soprattutto il più recente, non è un elemento che mi esalti particolarmente. Il dover dimostrare al pubblico metal di saper ancora riprodurre quello stile, nonostante gli "anta" siano gìà iniziati da qualche anno...Nick certo non è un virtuoso e la sua voce ha subito dei notevoli cali in passato. Se si è un pelo sgamati ci si rende conto che il livello di growl proposto su TPW è più merito della produzione che un miracoloso ritorno alla giovinezza. Non avevo grandi aspettative da questo punto di vista ed ero conscio che Nick dal vivo avrebbe fatto ricorso ad ogni artificio possibile per far risultare la sua voce più bassa e potente di quanto in realtà non sia. Infatti ha passato l'intera serata a smanettare sul suo mixerino e la sua voce era coperta da tonnellate di effetti, che vanno dai canonici riverberi e delay a possibili autotuner e quello che mi sembrava un octaver, proprio per dargli la possibilità di raggiungere registri che normalmente farebbe fatica a toccare. Apprezzo la sua capacità di modulare la voce in maniera diversa all'interno di uno stesso pezzo, però è evidente che il buon Nick manchi di spinta e potenza. Probabilmente per fargli uscire la voce ad un livello accettabile il fader del mixer dedicato al suo canale era al palo. Mi piacciono di più, quindi, i brani in cui riesce a cantare senza troppi sforzi e artefatti, quelli più melodici e meno growleggianti, insomma. L'intro della successiva Victim of the Past è un ottimo esempio di ciò che sto dicendo. Qui Nick passava dal melodico a parti più dure e tendenti al growl, mentre Greg ci deliziava con fraseggi che sembrano usciti da Icon.
L'intro registrato di pianoforte che apre Enchantment ci ha mandato in estasi. I ricordi di un passato di vent'anni fa si affollano nella mia mente per esplodere tra le linee di chitarra e i cori di Nick, ascoltati innumerevoli volte nel corso di questi due decenni. Bella emozione, anche se è proprio qua che si sente la mancanza di potenza nella voce: Nick preferisce lasciare al pubblico la maggior parte dei cori. Il finale è da brivido, col vampiro finnico che esegue quelle parti di batteria che mi han sempre tanto emozionato e che all'epoca appartenevano al grande Lee Morris. Mentre tendo le orecchie per accertarmi che sia reso il giusto omaggio al lavoro dell'ex-batterista, eseguendo correttamente ogni fill, non posso non pensare che quando questo brano è uscito il finnico succhiasangue aveva solo un anno. Ha comunque fatto un bel lavoro, niente da dire. I due brani successivi vengono introdotti dal cantante come il più veloce e il più lento che abbiano mai scritto. Entrambi sono tratti da TPW; il primo è Flesh from Bone, che bene testimonia la vena death dell'ultimo disco, mentre Beneath Broken Earth è un pezzo di stampo chiaramente doom e si porta dietro tutta la sua pesantezza lenta e strisciante.
A questo punto, con l'ironia che contraddistingue l'english humor del cantante, viene dato spazio ad un pezzo "decisamente più allegro, che parla di... morte!". As I Die, quella che forse è la canzone simbolo dei PL, viene salutata dal pubblico in delirio che emette un boato ogni volta che Steve esegue il suo famoso giro di basso. Steve che per altro rimarrà piuttosto defilato tutta la sera, una sorta di spettro sul palco, di fianco ad un grandissimo Aaron, che invece, come è solito fare, non si è risparmiato nel suonare con trasporto ed energia, sempre con gli occhi fissi sul pubblico al quale ha spesso regalato dei divertiti e sinceri sorrisi. Praticamente l'altra faccia della medaglia di Greg, il chitarrista più tetro e meno incline ai sorrisi al mondo. Ma fa parte del personaggio, anche se qualche sorrisetto d'intesa col vampiro dietro le pelli ogni tanto lo scambiava e talvolta qualche fuggevole sguardo al pubblico partiva dalla massa di lunghi dreadlocks agitati dal furibondo headbanging, che gli incorniciano un volto pressochè impassibile. Questo è stato il brano in cui ho risentito maggiormente della poca presenza del suono della sua chitarra. L'arpeggio di As I Die è un capolavoro che fa parte della storia di questo genere.
Il main set si chiude con Requiem e anche qua c'è di che godere!
Dopo una breve pausa i nostri ritornano sul palco sulle note di Return to the Sun, uno dei brani più interessanti di TPW. Segue la splendida Faith Divides Us - Death Unites Us, uno dei momenti più toccanti della serata.  An Eternity of Lies è l'ultimo brano di TPW che viene proposto.
A questo punto fa capolino in scaletta Say Just Words, che è vero che è sempre stata ben accolta dal pubblico dei PL, ma è ancora più di Erased fuori contesto in una serata come questa, la cui impronta è decisamente quella del doom. Il brano in questione è estratto da One Second, album che segnava il cambio di direzione del gruppo, di cui s'è detto prima, verso territori decisamente più pop e pericolosamente elettronici. Tuttavia la gente esplode in un boato di assenso sin dalle primissime note: il pezzo piace ancora tanto e a quanto pare anche i metallari sanno far pace con certi passati meno gloriosi, o forse una canzone quando è bella è bella a prescindere anche per loro...mah, io comunque son contento.
Finito il pezzo i PL alzano le mani in segno di saluto e scompaiono in due secondi dietro le quinte. Le luci sul palco sono ancora spente, ma comincia ad esser passata la classica musica di sottofondo che decreta inequivocabilmente la fine di un live. Il pubblico è perplesso. è passata solo un'ora e mezza e mancano ancora una caterva di canzoni da suonare. Che fanno? Torneranno sul palco?
No, non torneranno più: i tecnici cominciano a smontare la strumentazione e noi ci guardiamo un po' sbigottiti tra di noi. Figo è stato figo, ma è un coito interrotto, andiamo, ci sono manciate di classici che vogliamo ancora sentire! Niente da fare, questi sono inglesi... Un vero peccato però, perchè così mandi la gente a casa con l'amaro in bocca! Per me era impensabile un concerto dei Paradise Lost senza True Belief, tanto per dirne una, ma mancano anche The Last Time, Embers Fire, Pity the Sadness, Eternal, e avrei voluto sentire anche Gray, The Enemy e magari Mouth... Per un gruppo che ha così tanti album alle spalle 90 minuti di concerto son davvero pochini! Questa è stata l'unica vera nota negativa della serata, insieme alla scelta fatta di privilegiare la parte doom del repertorio rispetto a quella gothic, genere verso il quale mi trovo più a mio agio.
Detto questo, è stato un bel concerto e li andrei a rivedere oggi stesso!
Il ricordo della serata resterà vivo nella mia mente, anche perchè su uno dei muri del mio appartamento ora è appeso il poster della magnifica copertina di TPW, riportante le cinque firme dei Paradise Lost!







2 commenti:

  1. bel post, vivo e sentito: peccato non essere in grado di condividere le emozioni ma qui siamo davvero troppo lontani dalla musica di mia competenza...

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    1. Grazie Liv. Beh, ci sta, a uno mica può piacergli tutto, ci mancherebbe. Poi lo sai che io ho un passato piuttosto lungo col metal, ma sicuramente non è il mio genere preferito; ora ne ascolto veramente poco e son passati parecchi anni dal mio ultimo concerto di questo genere prima di quello dell'altra sera. I Paradise Lost sono una delle poche eccezioni che confermano la regola. Sono molto legato a gran parte della loro musica e mi piacciono ancora pareccho. Avevo una gran voglia di vedermeli e son contento di esserci stato.

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