giovedì 29 ottobre 2015

METAL Archives - Dream Theater: A MIND BESIDE ITSELF

In quello stesso periodo conobbi D, un ragazzo appena più grande di me che condivideva la mia stessa passione per i libri e la musica. Passavamo parecchio tempo insieme e ho dei bellissimi ricordi legati a quei giorni. Lui suonava la chitarra, io la batteria, era naturale che si pensasse anche di mettere su un gruppo. Presto diventammo grandi amici e io ero incredibilmente contento di aver trovato qualcuno con cui poter finalmente parlare di musica. A differenza del sottoscritto, a D non mancavano di certo i soldini, quindi, in camera sua, sotto il suo impianto stereo, vicino alla chitarra, conservava già una rispettabilissima collezione di cd originali; anzi, diciamo le cose come stanno, quella era una vera miniera d'oro! Fate un salto indietro di vent'anni e anche qualcosina in più: internet ancora non c'era e l'unico P2P che si conosceva era quello di andare a casa di un amico, frugare tra la sua collezione di dischi, sceglierne qualcuno e chiederglieli in prestito. In questo caso era sempre opportuno portare con sè delle buste belle capienti. L'alternativa era quella di chiedere una copia in analogico dei dischi scelti. In quel caso, al posto delle buste, vi sarebbero servite un po' di cassette vergini; quelle da 90' erano l'ideale per la creazione di compilation. In un caso o nell'altro, si tornava a casa con degli oggetti fisici tra le mani. Certo il prestatore doveva avere una certa dose di pazienza, perchè i tempi di copia potevano essere moooolto lunghi...pensateci, ogni tanto, quando magari inveite contro un Torrent che in due giorni è andato avanti dello 0,2%. Più vai piano, più ti gusti le cose.
La nostra Wikipedia si chiamava Hard, Monster, Metal Hammer, Metal Shock e si comprava in edicola; per le immagini e i testi del gruppo c'erano i booklet dei cd, che tanto all'epoca erano tutti originali. Da quelle poche pagine si scopriva così tanto di una band...e l'artwork era una cosa sola con il disco, nel senso che ti forniva altre informazioni visive, ti parlava del contesto dell'opera, ne creava la confezione e il suo peculiare mood, ti spiegava quali fossero i gusti dell'artista e cosa voleva comunicarti. Dal booklet apprendevi i nomi dei componenti del gruppo, scoprivi chi suonava cosa, chi scriveva i brani e cominciavi a studiarti i testi. La mia prima grammatica inglese è stata probabilmente il booklet di un cd (più probabile un libro di testi con traduzione a fronte, in effetti). Al posto del Tubo, c'era la tv di Beavis and Butthead. Oggettivamente, era un altro mondo e probabilmente la lentezza di tutta questa faccenda, aggiunta alla minore reperibilità dei dischi e alla loro "fisicità informativa", dava modo di passare più tempo e dedicare maggiore attenzione a ciò che si aveva tra le mani o si stava ascoltando. Ecco qual'è la VERA differenza. La diatriba tra fanatici dell'analogico e quelli del digitale è solo una sciocchezza!
Capirete quindi la fortuna di avere un amico come D! Se volevo ascoltare un disco o conoscere un gruppo gliene parlavo, lui si alzava dalla sedia posta davanti alla scrivania, mi dava le spalle per qualche secondo, chinandosi con la testa dentro il mobile dei dischi e un paio di minuti dopo eravamo nuovamente seduti uno di fronte all'altro, con le note del disco in questione che riempivano l'aria della sua camera e mi trasportavano lontano, mentre il mio cervello assimilava e le mie orecchie imparavano. Altre volte, dopo aver messo su il cd, D mi piazzava sotto il naso un numero di una qualche rivista musicale che parlava del disco o del gruppo, lui ne prendeva una per sè e tutti e due sprofondavamo nelle nostre sedie persi nella lettura e nell'ascolto. Ma le volte più belle erano quelle in cui D non si sedeva; dopo aver inserito il disco ne selezionava una traccia specifica, poi prendeva la sua chitarra, schiacciava play e cominciava a suonarci sopra, lasciandomi seduto sulla sedia a dondolo di vimini con il sorriso stampato sulla faccia. Il mondo fuori dalla porta della sua camera era lontano anni luce.
Questo genere di condivisione della scoperta musicale non può essere neanche lontanamente paragonabile al solitario download di un file. In questo senso il download è un furto che facciamo a noi stessi, non alle case discografiche: ci stiamo privando di un'esperienza cognitiva e formativa che non ha prezzo.
Provate a indovinare quali fossero i generi preferiti di D...
Esatto: metal e grunge!
Fu lui a farmi una copia di Awake, il terzo disco dei Dream Theater che conteneva Lie. Mi mandò semplicemente fuori di testa, perchè non avevo mai sentito nulla del genere e mai avrei pensato che un musicista potesse sviluppare la sua tecnica musicale ai livelli proposti dai membri dei Dream. Non ci si credeva!
Awake, essendo anche il primo disco progressive che ascoltai, mi aiutò a familiarizzare col concetto di suite, molto in uso tra gli artisti di questo genere; capii come funzionano i movimenti, le ouverture, come riconoscere i temi riproposti nei diversi movimenti, cose di questo genere.
Nello specifico fui molto affascinato da un trittico di pezzi posto sotto il titolo cumulativo di A Mind Beside Itself. Per la verità questa non è esattamente una suite, non come quelle presenti in altri dischi dei Dream, e i tre brani che la compongono sono piuttosto slegati tra loro, sia concettualmente che musicalmente, se non in alcune brevissime parti, non rappresentando dei veri e propri movimenti. Infatti dal vivo spesso le tre composizioni vengono suonate e proposte in maniera indipendente.
Il primo brano è Erotomania, uno strumentale che presenta dei temi riproposti nel terzo. C'è poco da dire, se non che dopo averlo ascoltato, la chitarra aveva assunto per me tutta una nuova valenza. Non pensavo fosse possibile suonarla in quella maniera e non pensavo fosse in grado di generare quei suoni che sentivo.
Risentito oggi è ancora impressionante per la quantità di tecnica usata e gli incastri lirici con la batteria. John Petrucci e Mike Portnoy stavano diventando due dei miei eroi personali e nasceva in quei minuti un lungo amore che mi avrebbe legato ai loro nomi e a quello di questo gruppo per molti anni a venire.
Voices è la seconda parte della trilogia. Il testo è un insieme di deliri nei quali Petrucci si era imbattutto durante la lettura di un libro sui disturbi schizofrenici.
Musicalmente è un gioiello fatto e finito e include quello che probabilmente è il più bel solo del chitarrista. è sempre stata, e lo è ancora, la mia canzone preferita nel vastissimo repertorio dei Dream Theater.
Il brano conclusivo è la ballad acustica The Silent Man, che mette in risalto la grande vena melodica del gruppo, mentre il testo parla di un problema di comunicabilità verbale (o almeno ci prova...).
Più o meno tre anni dopo aver conosciuto D si aggiunse al nostro duo il mio caro amico Max, che conobbi proprio grazie a D (avevamo un'altra chitarra nel gruppo e che chitarra...).
Le serate passate insieme a casa di D si moltiplicarono e dischi e strumenti non mancavano mai (pianoforte, chitarre acustiche ed elettriche, tamburelli vari, insomma, c'era di che divertirsi). Si passava molto tempo a chiacchierare, anzi, Max e D, entrambi più grandi di me, chiacchieravano, io ascoltavo e cercavo di prendere mentalmente appunti. Questi due ragazzi sono stati uno stimolo intellettuale davvero fondamentale e non smetterò mai di ringraziarli per questo.
Durante queste chiacchierate serali almeno uno di noi imbracciava una chitarra e accompagnava il discorso degli altri. Quando la discussione si protraeva oltre una certa ora, dall'elettrica si passava alla classica o all'acustica. A quel punto, partiva in automatico The Silent Man. A volte alla voce c'era la ragazza di D.
Per me The Silent Man era "la canzone dell'amicizia". Petrucci non è uno che si suona facilmente e passò un po' di tempo prima che ognuno di noi imparasse ad eseguire l'intera canzone (forse qualcuno non l'ha mai fatto). Così, capitava che essendo in tre a suonare, ci si divideva le tre parti in cui è composto il brano, poichè ci sono parecchi cambi armonici: uno suonava strofa/ritornello, l'altro si occupava dell'interludio e l'ultimo eseguiva l'assolo. Poi la chitarra ripassava al primo per l'esecuzione dell'ultima strofa/ritornello.
Amo queste canzoni come amo i miei amici, anche se D ha smesso di esserlo parecchi anni fa.
Awake è ancora l'album che preferisco dei Dream Theater e di più, a livello di produzione rappresenta il mio mix di riferimento, quello sul quale "ti fai le orecchie"; in parole povere è il disco che "mi suona meglio". Lo uso tutt'ora per impostare l'equalizzatore di ogni impianto audio che ho a casa e che ne preveda uno, dallo stereo alla tv, dal pc al lettore portatile.
E questa era la mia mente accanto a se stessa. Spero vi sia piaciuto.



2 commenti:

  1. ...pero' ecco, a un certo punto della mia vita "the silent man" la sapevo suonare, e l'ho suonata live in un duo acustico, avro' avuto vent'anni. :)

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