lunedì 1 giugno 2015

PARADISE LOST - "The Plague Within"

L'estate si avvicina, ma anche le condizioni meteo si piegano ad omaggiare l'arrivo di The Plague Within, quattordicesimo album in studio dei Paradise Lost uscito oggi.
Il cielo è grigio come la copertina di questo disco e le nuvole stanno versando il loro carico di sottili lacrime su un mondo sull'orlo dell'autodistruzione.
L'estate si avvicina, ma il cielo Inglese è scuro, pregno di esiziali brume presaghe dell'arrivo degli alfieri dell'imperitura mestizia.
Sono al mio terzo ascolto (consecutivo) di questo lavoro, non sono ancora  in grado quindi di parlarne diffusamente, ma un'idea di quello che è e mi sta facendo provare comincia a prender forma tanto nelle mie orecchie quanto nel mio stomaco.
Sì, perchè sin dalle prime note The Plague Within ti colpisce come una mazza ferrata alla bocca dello stomaco e ti lascia preda di visioni apocalittiche di un mondo distrutto dalla ferocia della stupidità della razza umana, misera e abbietta vittima dei propri credi e macchinazioni, morente, avvizzita e con le braccia tese verso un cielo svuotato di quegli dei da lei stessa creati. L'ultimo sguardo al mondo rivela la venuta dei Profeti del Vuoto, mentre la terra si apre per ingerire la sua deforme progenie giunta ormai al termine del suo ciclo vitale-distruttivo. Tutto deve morire, non ci sarà salvezza alcuna, perchè come il primo brano ci annuncia tra i vertiginosi riff di Mackintosh, "non c'è speranza in vista" e la morte naturale di questi tempi è un lusso che chi ha fede prega affinchè gli venga concesso. Holmes si scaglia ancora una volta col suo stoico ateismo contro la religione e quel true belief sempre più causa di diversità, incomprensioni, odio e guerre tra uomini. "Finchè ci sarà la religione non esisteranno mai amore e armonia", ha dichiarato in un'intervista il cantante, chiamato a dare una spiegazione alla traccia Terminal. E la mancanza di fede lo porta a parlare del tema della reincarnazione (nella quale ovviamente non crede) con il solito cinismo in An Eternity Of Lies: le speranze in una vita migliore, in una seconda chance, svaniscono nel momento in cui il reincarnato si accorge che il mondo non è cambiato o migliorato di una virgola.
Aride menzogne, malriposte speranze, vacue illusioni, impietose ingiustizie sono i classici pilastri che sorreggono i dischi dei Paradise Lost e The Plague Within non fa eccezione.
Musicalmente è la colonna sonora di un nuovo medioevo che si consuma quotidianamente davanti ai nostri occhi. Le chitarre di Mackintosh e Aedy sono due scuri sassoni che vi si conficcano nelle carni durante l'ascolto di quest'opera decisamente scura e pesante; dopo anni di incertezza e tentativi piuttosto fallimentari, dopo essere stati i cloni dei Depeche Mode, aver scopiazzato i Rammstein e qualsiasi altra forma di musica in voga tra la fine degli anni '90 e la metà dei '00, dopo che per anni Holmes ha scimmiottato vocalmente James Hetfield, i Paradise Lost tornano con questo disco alle loro origini (o quasi). Non che gli ultimi tre album non fossero cupi e pesanti, il lento viaggio di ritorno era già incominciato nel '07 con In Requiem, ma quest'uscita segna definitivamente il rientro del cantato growl di Holmes, anche se rimangono parti cantate più melodiche, e si ritrovano atmosfere e sonorità più doom che gothic, facendo somigliare il nuovo lavoro più a Shades Of God che a Icon, per intenderci. C'è poco spazio per la melodia e le aperture chitarristiche tipiche di Mackintosh, che comunque svolge un buon lavoro (come si può sentire da pezzi come l'"orecchiabile" "No Hope In Sight"), anche se rimane ancorato alle ritmiche ancor di più che su altri dischi.
I nuovi fan avran modo di sentire una versione aggiornata dei vecchi Paradise Lost, un ulteriore cambio di direzione, per certi versi, anche se è più un ritorno al passato, che non deve comunque trarre in inganno lo zoccolo duro dei fedelissimi della prima ora: siamo ancora piuttosto distanti dalle sonorità di Lost Paradise, anche se sono presenti diversi elementi che rimandano a quel primo, lontanissimo (1990) disco.
Personalmente avevo molto apprezzato gli ultimi lavori e non so se desideravo nel mio intimo un ulteriore appesantimento del sound per farlo essere il più vicino possibile a quello dei primi dischi. Trovo Icon inarrivabile e sono un fan delle atmosfere gotiche che il buon Mackintosh ha sempre creato, specie quando lasciano filtrare un pelo di melodia, per quanto struggente e lancinante sia. Come dicevo, The Plague Within è invece più vicino ad un suono doom, che talvolta sfocia nel death (se per voi queste terminologie hanno un qualche senso); per far in modo che capiscan tutti, la musica non è malinconicamente sognante o tormentosa e non è neanche un intreccio ritmico particolarmente elaborato e veloce, come accadeva negli ultimi dischi, è più un macigno che ti porti sulle (s)palle durante tutto l'ascolto, opprimente e poco incline al melodico.
Non è però tutto uguale e non mancano i momenti in cui i pezzi prendono inaspettate direzioni.
Ora, se è vero che tantissimi gruppi che sono in giro da più di due decadi han provato a prendere strade nuove che spesso poi si sono rivelate essere vicoli ciechi e quindi han fatto marcia in dietro, a me questa manovra non è mai piaciuta più di tanto. Nel caso dei Paradise Lost mi piace ancora meno, perchè le strade le han provate davvero tutte e ritornare così spudoratamente sui propri passi, con la coda tra le gambe, potrà far felici gli irriducibili reazionari, ma scontenta quelli come me che preferiscono un tocco di novità in più ad ogni lavoro o piuttosto la granitica staticità di quei gruppi che trovato il loro sound non lo cambiano neanche morti, ma non la retromarcia. Questo comunque solo per fare un po' i bastardi, perchè cosa si può dire ad una band che ha inventato un genere (il gothic metal), è in giro da una vita e ha appena pubblicato il quattordicesimo album? Mica robetta! Ascolto questi ragazzi da vent'anni e sono tra i pochissimi gruppi metal che ancora seguo e ascolto con interesse. Non sarà il disco dell'estate, a meno che anche voi ad agosto non sognate i nordici cieli plumbei, ma se siete ascoltatori del Paradiso Perduto e nel vostro futuro non c'è speranza in vista, questo disco alimenterà a dovere la vostra "piaga interna" (l'ulcera? Tutto torna!...).

Voto: 6,5/10

4 commenti:

  1. ...ah il tuo animo metal! :)

    ora ho troppa voglia di primavera, ma magari ci faccio un pensiero ad agosto, quando sperabilmente ci saranno state abbastanza giornate di sole da far dimenticare l'inverno

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  2. prove tecniche di commento

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  3. Bene, dopo aver avuto il tecnico in linea in tempo reale, dopo aver dimostrato che non sono un robot e aver fatto prove tecniche di commento, posso scrivere che.. il brano mi è piaciuto decisamente tanto, colpita all'istante! Il cd misto che mi hai regalato mi ha fatto scoprire brani di periodi vari dei PL,anche molto diversi tra loro nonchè lontani da Icon..ma mi sono piaciuti quasi sempre. Non vado a sviscerare il discorso dei cambi di direzione, perchè per questo gruppo non mi infastidisce, vado a cercarmi quello che voglio sentire al momento..a questo proposito devo dire che io viaggio a stagioni: quando novembre arriva, i PL sono il gruppo che ascolto ( e sento) di più..per cui l'album lo sentirò sicuramente. Per quanto decisamente nella mia testa i PL sono quelli di Icon, tra le cose più vecchie ho trovato interesse e pure in questo brano dalle sonorità così pesanti. Ma a noi il doom ci piace, lo Zio Ozzy &co. insegnano! ... e poi ci sarebbe d'andarli a vedere dal vivo... LaDeaCheNonE'unRobot

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    1. Forse se tu entrassi e ti segnassi come follower col tuo nome avresti meno problemi...forse...
      Una delle cose più interessanti di questo disco sono le modulazioni vocali di Holmes: non usa solo il growl come avveniva nei primi due/tre dischi, ma utilizza una gamma espressiva basata su qualcosa come cinque stili diversi che interpola anche all'interno dello stesso brano, come è già evidente da No Hope In Sight.
      Il cd che ti avevo fatto era davvero bello, vorrei riascoltarlo; ne dovrei fare uno simile anche per me.
      Questo Plague non è il loro disco migliore, anche tra le ultime cose ce ne sono altri che ad oggi preferisco, ma comunque è davvero una bella sorpresa.Tra l'altro stanno ricevendo recensioni entusiastiche da tutte le parti. Dopo un po' di lavori abbastanza inutili i PL si stanno riscattando alla grande e il loro pessimismo è come il nero: non è mai fuori moda...
      Adesso bisognerà seriamente pensare di andare a vederli: sono una band troppo importante per me per lasciarmeli scappare.

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