mercoledì 16 ottobre 2013

Gravity

La buona:
Cuaron si dimostra essere ancora una volta un regista impeccabile dal punto di vista formale, capace di svincolare le proprie riprese dai modelli altamente standardizzati delle produzioni hollywoodiane e rendere il suo spettatore visivamente partecipe alla messinscena, tramite l'utilizzo di strabilianti e realistici piani sequenza, soggettive, dinamici passaggi da primissimi piani a campi lunghi. La macchina da presa si muove fluidamente tra gli attori, documentando la storia, più che raccontandola, complice un montaggio pressochè invisibile.
Il 3D amplifica e nobilita la sensazione di prender parte attivamente a ciò che vediamo, facendoci volare nello spazio insieme alla Bullock e a Clooney, facendoci osservare il nostro pianeta mentre ruotiamo nella sua orbita e portandoci all'interno dei moduli di salvataggio delle stazioni spaziali visitate dai protagonisti. In questo Gravity ha un merito assoluto: ci fa vivere l'esperienza di una camminata spaziale come mai era stato possibile prima, ci mostra il gelo sidereo e il materno baluginio della nostra Terra come mai li abbiamo visti.
In questo caso il 3D è assolutamente funzionale all'immedesimazione negli astronauti durante la loro missione spaziale. Sentirsi parte della narrazione, anzichè semplicemente assistervi, implica un livello di empatia emotiva che predispone lo spettatore ad una connessione con i protagonisti della vicenda e ad una condivisione delle loro sensazioni, delle loro paure, speranze, gioie, fallimenti e successi.
La prima parte del film, diciamo i primi quindici, venti minuti, condensano ottimamente le capacità tecniche di Cuaron con le possibilità offerte dalla tecnologia 3D: il risultato è una sorprendente gita spaziale che sicuramente sarà difficile dimenticare.
La cattiva:
Tolti i piani sequenza, la CGI e il 3D, di Gravity non resta molto di più che una stucchevole, prevedibile e inspiegabile lotta per la sopravvivenza che non fa che ricalcare le modalità del cinema hollywoodiano più classico, dove l'eroe di turno, generalmente una persona piuttosto comune, cerca di ritrovare una sua personale dimensione in cui poter ricontestualizzare se stesso, esorcizzando una paura o un trauma del passato attraverso una sorta di rito di passaggio rappresentato dalle diverse difficoltà che dovrà affrontare durante la vicenda, difficoltà che hanno il compito di far accrescere le proprie capacità e ritrovare una più bilanciata percezione di sè, attraverso un processo catartico che è assimilabile a quello di una rinascita spirituale. In questo senso lo spazio è, come insegna la lezione russa della fantascienza cinematografica, ma anche lo stesso 2001 Odissea nello Spazio, pellicola che si continua ad associare a Gravity, in maniera piuttosto forzata e fuori luogo per la verità, una dimensione metafisica in cui entrare in contatto con ciò che siamo e ciò che ci trascende, un non-luogo in cui rivolgere delle domande all'imperscrutabile infinito nella speranza di ottenere delle risposte, un territorio tanto sconfinato, misterioso e pauroso quanto il vuoto e l'incertezza ancestrale che ci portiamo dentro dal giorno in cui siamo stati creati. Questi argomenti, se pur male e in maniera superficiale sono affrontati da Gravity, ma già lo faceva certo western che raccontava il tramonto dell'era dell'espansione della frontiera e il declino dei suoi antieroi che l'avevano vissuta da protagonisti, con la sola differenza che al posto del deserto dell'Arizona in Gravity c'è lo spazio siderale.
Lasciando perdere la miriade di incongruenze più o meno scientifiche, la struttura di Gravity è quella di un soufflè: se si esclude la bellezza del viaggio spaziale sottolineato dal 3D, il resto collassa miserevolmente per l'assenza di una trama convincente e di una sceneggiatura degna di questo nome.
La Bullock sarà anche brava, ma la sua non è una recitazione da Oscar; Clooney è semplicemente inutile, nell'odiosa parte di un ipotetico se stesso piacione, logorroico e fuori posto i cui dialoghi sembrano scritti per esser utilizzati durante una conferenza stampa. Mr Ristretto è tanto inutile quanto imbarazzante e il suo ruolo penso avrebbe potuto esser ricoperto da un qualsivoglia attore, salvo poi non ottenere lo stesso risultato una volta stampato sul cartellone pubblicitario del film.
Cuaron aveva tutti gli elementi per creare un film unico nel suo genere, 3D a parte, avrebbe potuto osare di più, esser più coraggioso e stupire come fece con I Figli degli Uomini. Gravity avrebbe davvero potuto essere un film sull"l'assenza": l'assenza di gravità, di comunicazioni, di suono, di punti di riferimento, di certezze. Esser più sperimentale e ridurre davvero i dialoghi ai minimi termini, evitare di accompagnare ogni scena con musica ambient e lasciare al silenzio, al buio e al vuoto, e non al faccione di Clooney o alle gambe della Bullock, il ruolo di protagonisti, essere una nuova antitesi d'avanguardia al finale di 2001, un nuovo punto di partenza; allora sì avrebbe avuto senso metterli a confronto. Avrebbe potuto rappresentare una nuova esperienza sensoriale, più avvincente, più agorafobica e attendibile, ma forse sarebbe stata un'avventura troppo rischiosa per le case di produzione più interessate a far soldi puntando sulle possibilità spettacolari di tecnologie come il 3D, piuttosto che spingere realmente in avanti le barriere e i limiti di un'arte che si sta accartocciando su se stessa, anzichè sperimentare nuove, intriganti, misteriose e ignote possibilità d'espressione.
In definitiva, Gravity è l'ennesimo tentativo mancato di raccontare una storia di fantascienza adulta senza dover per forza far ricorso ad espedienti alquanto discutibili tanto per compiacere un pubblico il più vasto possibile, abbagliandolo piuttosto che cercando di farlo ragionare, ottenendo un risultato decisamente mediocre sacrificando le possibilità della sperimentazione. Ma chiasso e folgori vendon sempre di più di buio e silenzio, che a pensarci bene forse non son mai andati troppo di moda al cinema...

Se avete riscontrato una dose di delirio maggiore del solito nel post, è causa dell'ora tarda e di quello che sto sentendo in cuffia mentre scrivo: http://somafm.com/missioncontrol/
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3 commenti:

  1. Ahimè, ciò che hai scritto in maniera così articolata, lo paventavo da quel poco che sapevo della pellicola in questione, ed ecco perchè mi ero defilato dalla visione in comune. C'è tanto cinema inutile in questo periodo, soprattutto in ambito fantascienza, che nè stupisce nè intrattiene e magari è anche gonfiato in 3d. Meglio restarne alla larga.

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  2. tristemente d'accordo su tutto quello che scrivi...

    al monologo finale della bullock, quando conclude con "sara' stato comunque un bel viaggio" (o qualcosa di simile), l'amica seduta accanto a me ed io, all'unisono, abbiamo commentato "noooo...".
    purtroppo cuaron (che pure e' un ottimo regista) decisamente non ha le doti di un buono sceneggiatore, ed evidentemente lo stesso discorso vale per il di lui figliuolo...

    peccato perche' le premesse per un gran film c'erano tutte.

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    1. Non sai in quante scene mi son girato di lato per dire col mio vicino "see, vabbè...".
      Sai che non sapevo neanche che fosse sua sia la sceneggiatura che la co-prouduzione? Entrambe aggravanti, a questo punto, della sua mancanza di audacia! Pollice verso.

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