venerdì 30 marzo 2012

Requiem for a Dream

Secondo lavoro per il regista americano Darren Aronofsky, datato 2000.
Il 2000 è un anno ricco di tensioni, è un passaggio storico epocale, ed è anche l'occasione per le persone di prendersi un po' di tempo per fare considerazioni sul nostro presente, una volta di più: chi siamo? Cosa ci siamo appena lasciati alle spalle? Cosa ci aspetta nel "Nuovo Millennio"? Siamo felici?...Il cinema, che da sempre aiuta l'animo umano a trovare le risposte a queste domande, che non smetteremo mai di porci, anche nell'anno 2000, tramite il talentuoso lavoro di alcuni autori ispirati, cerca di analizzare questo senso di "traguardo" in qualche modo imposto dalla data tonda, tirando le somme, in alcune opere, per ciò che riguarda la nostra situazione esistenziale.
Aronofsky assolve magistralmente a questo compito, con una pellicola incredibilmente interessante, toccante, disturbante e drammaticamente decadente.

I personaggi dei film di Aronofsky sono iperbolicamente soli. Non sempre nel senso "sociale" del termine, a volte conducono una vita che li porta a diretto contatto con altre persone, come succede a Randy, in The Wrestler, o a Nina, ne Il Cigno Nero, ma la loro è una solitudine di tipo esistenziale. Sono soli con loro stessi, perchè la loro personalità ossessiva e in qualche modo disturbata, non riesce a lasciar spazio agli altri, anzi, talvolta, come per il caso di Nina, s'impossessa completamente della percezione del mondo esterno e assume i caratteri sfalsati di una personalità doppia. I Rolling Stones cantavano "Two's a crowd on my cloud"; è il caso di questi personaggi, troppo presi dalla loro stessa disfatta personale, troppo occupati a tenere a bada il loro lato perdente per aver spazio per un affetto duraturo, anche se si sforzano con tutta la loro anima a riprendersi quel pezzetto di vita condivisa con una persona ormai persa. Randy è l'esempio più chiaro di questa solitudine incolmabile. La loro esistenza è vuota d'affetti, o perchè non ne hanno o perchè li rifiutano o non li sanno mantenere e la loro testa è piena; piena di pensieri, paure, ossessioni, compulsioni, rimorsi, incubi, paranoie e allucinazioni. Sono in continua lotta con loro stessi, perchè loro stessi sono il loro peggior nemico. E quando tu sei il peggior nemico di te stesso, non c'è posto dove ti possa nascondere e non c'è conforto che possa alleviare il tuo dolore; puoi continuare a sognare ad occhi aperti, bellissimi sogni in technicolor, ma la tua vita sarà sempre un incubo in bianco e nero, come in π - Il teorema del delirio.

In Requiem for a Dream, Aronofsky descrive la piccola parabola di alcuni dei suoi personaggi soli. Una parabola la cui curvatura è appena accennata, anche se a loro sembra di staccare i piedi da terra, tanta è la miseria delle loro esistenze. Le loro vite hanno un attimo di tregua che ha tutta la finzione del baluginio dell'oro placcato, poi, la linea del loro destino è forzata a scendere, più in basso di quanto possano mai aver sognato.
Il titolo del film è chiaro: siamo di fronte al fallimento, alla disfatta, al miserevole crollo e sgretolamento di ogni sogno; ecco come Aronofsky risponde a quelle domande così presenti ad inizio millennio: siamo soli, allucinati, dipendenti e viviamo in un incubo. I sogni si sono trasformati in acide allucinazioni di un presente corroso dal nostro stesso ego e dalla nostra incapacità di amare.
Il film è suddiviso in tre "movimenti": Summer (estate), Fall (autunno-caduta) e Winter (inverno). Neanche a dirlo, Spring (primavera, la stagione della rinascita) è assente.

Nella prima fase vengono introdotti i protagonisti, con i loro sogni, le loro aspettative e un certo romanticismo da favola che volutamente stona con la realtà dei fatti, perchè ipocrita e posticcio come le buone intenzioni dei personaggi stessi, ancora in grado di sognare un futuro migliore.
Harry e Marion sono due tossicodipendenti innamorati che passano la loro giornata a trovare espedienti per procurarsi la roba e a fantasticare su come la loro vita potrebbe prendere una piega migliore, se solo Harry, con l'aiuto del suo amico Tyrone, riuscisse a gestire autonomamente una redditizia attività di spaccio di eroina, in modo da non dover sempre dipendere dagli altri pusher e poter garantire, a modo suo, un certo benessere alla ragazza.
La madre di Harry è una donna sola che vive in uno squallido appartamento a Brooklyn e la cui unica occupazione è quella di guardare ininterrottamente una trasmissione televisiva condotta da un predicatore del tubo catodico. Anche lei inizierà a sognare un futuro migliore quando le sarà data la possibilità di partecipare proprio al suo programma preferito. Per rientrare in un vecchio abito che ha deciso di indossare il giorno della trasmissione e simbolo dei bei tempi andati, la signora Sara deciderà di mettersi a dieta seguendo un regime alimentare per lei poco sostenibile. Non traendone benefici si rivolgerà ad un dietologo senza un briciolo di umanità che, a sua insaputa, le prescriverà delle anfetamine, per le quali la donna svilupperà presto una feroce dipendenza.

Nel secondo capitolo apprendiamo come le cose non si stiano mettendo affatto bene, nè per Sara, ormai vittima di allucinazioni e sempre più dipendente da televisione e anfetamine, nè per Harry, il suo amico e la ragazza.
La realtà, sempre molto diversa dai sogni, ha in serbo delle crudeli sorprese e presto, tutti i personaggi si troveranno a doversi confrontare con i loro peggiori incubi che li condurranno alla terza e ultima parte del film.

Durante la fase "Winter" Sara affronterà le conseguenze delle sue dipendenze e del mondo irreale nel quale pensa di vivere. Harry e Tyrone pagheranno caramente i loro tentativi di entrare nel mondo del commercio degli stupefacenti e la bella Marion, a corto di denaro, dovrà escogitare un nuovo modo per procurarsi la droga di cui ha bisogno.

Non ho voluto appositamente dilungarmi troppo sulla trama per non togliere il piacere della visione di questo magnifico film a chi ancora non l'avesse visto. Un unico consiglio: preparatevi psicologicamente perchè è davvero un boccone pesante da mandar giù!

La storia è molto bella, la sceneggiatura anche, la regia e il montaggio di nuovo da antologia.
Aronofsky stuipisce ancora e di più che nel suo primo lungometraggio, venendo acclamato dalla critica come il nuovo prodigio americano del cinema semi-indipendente e dal pubblico, che elegge Requiem for a Dream a film cult del nuovo millennio.
Il regista non stupisce solo per la sua capacità narrativa, ma anche per una non comune abilità a porre lo spettatore in un costante stato di disagio e tensione degno di un thriller, pur utilizzando dei metodi non propri di questo genere cinematografico. è più la posizione anomala delle macchine da presa, la loro angolazione e il tipo di inquadratura che viene effettuata a lasciare disturbato lo spettatore. Certi primi piani decentrati che giocano con i suoni diegetici fuori campo, certe ambientazioni e l'uso della fotografia sono gli ingredienti che creano questa tensione anche in condizioni meno concitate di altre, dove invece dovremmo esser più attratti dai dialoghi che da come questi vengono filmati. La composizione del quadro è sempre eseguita con questo tipo di accorgimento e condita da una certa staticità della macchina da presa che annulla ogni possibilità di fuga e di punto di vista alternativo. Lo spettatore è vittima partecipe delle situazioni angosciose dei personaggi.
Il montaggio torna ad essere ipercinetico nelle fasi di assunzione di sostanze psicotrope, siano queste l'eroina presa dai ragazzi o le anfetamine prese da Sara, assunte con la stessa modalità reiterata, costante e ossessiva fatta di veloci immagini in dettaglio scandite sempre nella stessa maniera e accompagnate sempre dagli stessi suoni, così come già succedeva in π - Il teorema del delirio.
La musica torna ad essere usata con intelligenza, anche se meno presente che nel film appena citato. Ancora elettronica, questa volta si fa diegetica e viene giustificata dall'ascolto di vinili effettuato dai ragazzi durante i loro sballi. La peculiarità è che è si diegetica, quindi giustificabile a livello di narrazione e all'interno della storia stessa, ma teoricamente lo spettatore non potrebbe sentirla, perchè la sua fruizione da parte dei ragazzi viene effettuata prevalentemente, se non escluivamente, in cuffia, a sottolineare di nuovo la loro auto-emarginazione e la loro solitudine.
Ultimo elemento che vorrei porre in risalto e forse il più evidente e importante, è l'uso insistito dello split screen, ossia della suddivisione orizzontale o verticale dello schermo in due porzioni, in ognuna delle quali si svolge un'azione che normalmente sarebbe mostrata in controcampo o proprio ripresa in un luogo diverso dalla prima, tramite un movimento di camera o l'utilizzo del montaggio.
Questa soluzione, di rottura rispetto ai canoni cinematografici classici e tipica del cinema postmoderno, viene spesso usata per mettere a confronto azioni diverse e contemporanee che si svolgono in due luoghi separati o comunque non inquadrabili contemporaneamente in un'unica ripresa. Si pensi ad esempio al caso classico di una conversazione telefonica tra due persone. Lo split screen permette di eliminare l'"invasività" del montaggio affiancando entrambe le scene e dando allo spettatore la possibilità di concentrarsi sull'una o sull'altra, permettendogli, di fatto, di crearsi il suo personale montaggio. Senza scendere nel dettaglio tecnico o sulle implicazioni d'avanguardia nella storia del cinema e nella sua lettura, diciamo solo che lo split screen tendenzialmente viene usato per affiancare nella stessa immagine due scene che si svolgono in uno spazio separato. Questo avviene anche in Aronofsky, come nella sequenza iniziale, quando Sara e Harry hanno un dialogo che si tiene in due stanze diverse dello stesso appartamento separate da un'unica porta, lo spessore della quale rappresenta proprio la linea di divisione dello split screen. Tuttavia qui siamo di fronte ad un tentativo di sottolineare la divisione, la separazione e la conseguente solitudine dei due personaggi, più che dare un'idea di unione e vicinanza spesso sottesa all'uso di questa tecnica. Quando lo split screen compare invece nelle scene in cui Sara assume anfetamine, da una parte lei, dall'altra le pillole, la divisione dello schermo potrebbe alludere ad un effetto "lime" o "soglia", un limite che se valicato porta a conseguenze estreme dalle quali non si può tornare indietro; e questo è rafforzato proprio dalla direzione dello sguardo di Sara, presente nella parte superiore dello schermo, che punta verso le pastiglie poste sul tavolo, parte bassa del piano.
L'utilizzo più interessante dello schermo diviso si ha senz'altro durante una scena in cui i due giovani innamorati, Harry e Marion, dialogano scambiandosi effusioni sdraiati a letto. La divisione avviene in senso verticale e i personaggi compaiono nelle rispettive porzioni di schermo ripresi di profilo, in primissimo piano, su uno sfondo nero che uniforma l'inquadratura.
Vista così la scena sembra essere una ripresa ordinaria, ma presto assistiamo ad un cambio della parte sinistra del piano che va ad affiancare al viso di Marion, posto a destra, un particolare della mano della ragazza che accarezza Harry.
La scena prosegue con l'alternarsi di coppie di immagini che ritrae i ragazzi conversare e accarezzarsi.
Se quindi lo split screen, come abbiamo detto, normalmente viene usato per avvicinare due scene lontane nello spazio, qui Aronofsky l'utilizza invece per riprendere una scena che si svolge su un letto, quindi dove era possibile riprendere la recitazione con un'unica inquadratura. Se questo da un lato aumenta la sensazione di intimità del dialogo tra Harry e Marion, dall'altro sottende in maniera emblematica, ancora una volta, a come questi due personaggi siano destinati a rimanere tragicamente divisi, lontani, separati e soli.

Un gran film, in cui l'arte del regista ci aiuta non solo a soffermarci su alcune considerazioni su chi siamo, o meglio, cosa siamo e cosa rischiamo di diventare e perdere, ma lo fa anche con un'estetica e una tecnica assolutamente non comuni, interessanti e che  fan ritrovare il piacere di approcciarsi all'arte cinematografica in maniera attiva, critica e consapevole, anche se il risultato finale ad alcuni possa risultare troppo pesante e indigesto.
 

3 commenti:

  1. Non l'ho mai visto..Aronofsky mi ha convinto pienamente solo con "The Wresler" (confesso di aver detestato "Il cigno nero"...). Però ne hai scritto una bella recensione....mettiamolo in attesa...Prima volta che passo, bel posto e bellissima grafica di sfondo.

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    1. Lieto di averti da queste parti Newmoon. Grazie per il commento e per gli apprezzamenti. Spero di riaverti presto a bordo.

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  2. Complimenti! Hai fatto una bella analisi del film.
    Lo sto scaricando, così oggi pomeriggio lo guardo (oggi è il mio ultimo giorno di mutua) :-)

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