venerdì 16 marzo 2012

A Parigi, inseguendo un Sogno

Non sono per niente bravo ad usare le parole, specie se si tratta di parlare. Tra incertezza e nervoso cronico per la maggior parte delle volte biascico frasi che fanno a botte tanto con l'asse sintagmatico che quello paradigmatico, rendendo l'ascolto di ciò che mi sforzo di dire un faticoso lavoro di traduzione e riadattamento. Molto meglio con la scrittura. Questo è anche uno dei motivi che mi ha spinto col tempo a maturare l'idea di un blog, per poter avere la possibilità di far avvicinare chi mi conosce, e non, al mio contorto pensiero informe. Non ho il dono della sintesi, sono dispersivo, mentre parlo penso ad altre quindici cose contemporaneamente, quindi il blog mi dà spazio e tempo per poter articolare con più calma e creatività il messaggio che voglio veicolare. Ma se quest'obiettivo è stato raggiunto in altri post, in questo tutto sarà inutile, poichè non ci sono parole o soluzioni che possano dare giustizia alle emozioni di cui voglio solo accennarvi in questo breve scritto.

Due settimane fa son riuscito a realizzare un sogno.
C'è stata la possibilità di andare a Parigi per tre giorni e lasciarsi alle spalle questa realtà di follia che ci circonda per fare una full immersion di arte e sgambettate devastanti.
Non ero mai stato a Parigi, era una vita che volevo andarci, ero curioso e non vedevo l'ora di visitare le bellezze del posto, ma, soprattutto, di avvicinarmi il più possibile alla persona che musicalmente, culturalmente e spiritualmente per me ha significato più di chiunque altro su questo pianeta, una persona che dalla prima volta che ho sentito la sua voce ha in qualche modo creato una svolta in me, un punto di non ritorno, un amore e una fascinazione che durano da 18 anni e sfiorano il sacro: Jim Morrison.
Ho affrontato il viaggio come una sorta di pellegrinaggio, come penso si farebbe per Padre Pio o per altre importanti personalità del modo religioso-spirituale. Tutto ciò che avrei fatto a Parigi sarebbe stato secondario alla mia visita a Jim. Vivetela come volete: fanatismo, pazzia, esagerazione, stupidità, quello che vi pare. Io sono andato a Parigi per Jim. Non ho avuto la fortuna di esser nato a metà anni '40, quindi non ho mai avuto la possibilità di vederlo dal vivo, ma solo di viverlo da una certa distanza, spazio-temporale, attraverso le sue opere musicali e letterarie, attraverso l'ascolto dei suoi dischi, la lettura delle sue poesie, l'analisi dei suoi testi e la comparazione delle sue performance eseguite dal vivo con i Doors, un gruppo che per me ha sempre significato molto di più di "semplice" musica, un gruppo, che ha sempre parlato prima alla mia anima e poi alle mie orecchie.

Père-Lachaise, il cimitero in cui Jim è sepolto, è immenso e bellissimo.

 

All'entrata mi coglie un senso di meraviglia, ansia e piacere. è mattino, saran circa le 10, il cielo è plumbeo, la temperatura bassa; minaccia pioggia.
Mi stacco dalla mia compagnia, inforco le cuffie dell'Mp3, People are Strange, e con le gambe che tremano incomincio ad aggirarmi tra le tombe, con una mappa del posto presa da internet. Non faccio troppo caso alle lapidi che passo, io sono qua per Jim. Salgo su un sentiero di ciottoli dissestati, alzo lo sguardo e scorgo qualche uccello nero che vola sulla mia testa e mi fa strada, mentre Jim mi canta nelle orecchie "Strange Days, have found us, Strange Days, have tracked us down"...Mi sento sempre più strano, ma è giusto così.
Svolto a destra e...eccola!...


Mi manca il fiato, mi scendono le lacrime; mi avvicino e faccio partire in cuffia The End, il più sacro tra i pezzi sacri. Questa non è retorica, ma religione, lo vogliate o no.
Siamo in due vicino alla lapide, in due che vogliono godersi il momento, gli altri, grazie a Dio, fanno qualche foto e poi vanno oltre. Anche l'altro ragazzo che si è fermato di fronte a me ha le cuffie, gli occhi chiusi, succhia una sigaretta con fare commemorativo. La sua passione e il suo trasporto sono genuini, glielo si legge  sul viso tirato dall'emozione del momento.
Passano dodici stranissimi, intensissimi, lunghissimi e bellissimi minuti. Non posso descriverli perchè non esistono parole che possano farlo, ma siamo io e Jim, il mondo non esiste più.
Dopo aver scrutato la lapide, guardato i fiori e le foto mi allontano di qualche passo e Dea mi raggiunge. Scatta qualche foto molto discretamente. Le indico un albero vicino la tomba dove gli amici lasciano un "segno" della loro visita, sia questo una frase o una gomma masticata.


Anch'io aggiungo il mio omaggio, poi mi rivolgo nuovamente alla lapide e allungo una mano in segno di saluto a Jim, che, esattamente sul mio gesto, dalle cuffie mi risponde con una frase da Moonlight Drive :
 "You reach your hand to hold me but I can't be your guide"...
Sorrido.
Un ragazzo chiede ad un guardiano se può passare la recinzione per lasciare un mazzo di fiori. Lo guardo mentre deposita l'omaggio e ritornare immediatamente al di qà della transenna. Lascio il posto ad altri e mi allontano ascoltando When The Music's Over.
Père-Lachaise è molto grande e un paio di tappe le voglio ancora fare.

Il giorno dopo sono al Musée d'Orsay. Devo ancora riprendermi dalla visita al cimitero e non smetto di ascoltare i Doors in cuffia: in coda e durante le sette (!) ore di permanenza, quando le gambe non ce la fanno più e i quadri mi si parano davanti agli occhi in una visione acida e confusa mentre Jim urla dal palco della Boston Garden Arena. è una sofferenza, ma godo come un pazzo, in un trip di musica e pittura.
Usciamo dal d'Orsay e ci dirigiamo a Notre Dame. Siamo stanchi morti, si sta facendo buio, siamo soli, piove e non abbiamo l'ombrello: è magnifico! Costeggiamo la Senna cercando di riempirci gli occhi di ogni immagine, ogni suggestione, ogni emozione. 
Usciamo da Notre Dame che son circa le 19; dovremmo tornare dagli altri, ma c'è ancora una cosa che voglio fare. So dove si trova la casa in cui Jim ha abitato nel suo breve soggiorno parigino e in cui è morto, entrando nella leggenda, la notte del 3 Luglio 1971. Conosco la via, il civico e il piano. Voglio, devo vederla!...
La pioggia continua a scendere. Lasciamo Notre Dame alle nostre spalle e attraversiamo il ponte.


Ho una cartina in mano e una vaga idea della direzione da prendere. Mentre cammino, ad ogni incrocio, mi soffermo a pensare che sto andando a casa di Jim, come fosse un amico che mi aspetta per cena, che quella è la strada percorsa da lui per rientrare a casa e che io sto camminando sulle sue orme. Ringrazio il cielo per avermi concesso di vivere questo giorno così massacrante.
Tirandomi dietro Dea svolto un paio di angoli ed entro in una piccola via chiusa; faccio qualche decina di metri, alzo la testa, controllo i civici e...la trovo.
Jim, hai abitato qui...qui sei morto...
Mi avvicino al portone, ne tocco le maniglie, sperando che in 40 anni non l'abbiano mai cambiato. è una sensazione ancora più intensa di quella provata al cimitero. Qui siamo solo io e Dea, non c'è il pellegrinaggio dei fan o dei turisti, la via è deserta. In questa casa Jim c'è stato veramente, a differenza di ciò che qualche scettico possa invece pensare della sua tomba. Avvicino il volto alla finestrella della grande porta di legno e guardo dentro: il buio corridoio d'ingresso che porta alle scale e che si apre su un cortile, ma è troppo scuro per vederlo.
Ecco, esser lì, in quel momento, nello stesso luogo in cui è stata questa persona a cui io dò così tanta importanza, è una cosa senza prezzo e indescrivibile. Uno dei momenti più intensamente emozionanti della mia vita. Non sto esagerando.


Attraverso la strada e mi riporto dall'altra parte del marciapiede. Alzo lo sguardo al terzo piano. Provo ad immaginarmi un Jim ubriaco che si avvicina ciondolante al portone, penso alla vasca da bagno del terzo piano...
Poi penso a Jim che varca quella soglia abbracciato a Pam, insieme a Parigi, in quello che è uno dei momenti più sereni e felici della sua breve ma immortale vita. Lo saluto per la seconda volta, pensando che in quella casa Jim non ha trovato solo la morte, ma anche quella serenità che in America gli era completamente aliena. Era giunto a Parigi con la sua ragazza con l'intento di lasciarsi alle spalle una situazione intollerabile che lo faceva soffrire e lo rendeva infelice e aveva abitato nella città di alcuni dei suoi più grandi idoli. A Parigi, in quella casa e in quelle strade Jim aveva inseguito un sogno, io stavo facendo lo stesso.



Tutte le foto sono mie.

4 commenti:

  1. Il tuo post mi ha ritrasmesso le stesse emozioni che ho provato anni fa.Le parole le hai trovate tutte.Ricordo che all'entrata del cimitero conobbi una coppia gay.Loro cercavano la tomba di Chopin io quella di Jim.Facemmo il percorso insieme,tra uno scambio di suggestioni e lacrime.Tante.Un ricordo indelebile.

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    Risposte
    1. Grazie Black!
      è bello sentire che le proprie emozioni son condivise da spiriti affini.
      Ed è bello sapere che c'è in giro ancora qualcuno in grado di provarle...

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  2. Bellissimo racconto. Intimo, vero, emozionante.
    Lo stesso sentimento che tu provi per Jim Morrison, io lo provo per John Lennon. Un giorno partirò anch'io per il mio pellegrinaggio. I viaggi come questo sono esperienze mistiche. Ti ringrazio per aver scritto questo meraviglioso post :-)

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  3. Grazie a te Morgana per esser passata di qua e esserti fermata in maniera permanente. E grazie per aver condiviso con noi la tua passione per Lennon.
    Ps: bello il tuo VideoAlbum dedicato ai Doors!

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