sabato 11 giugno 2011

L'inquilino del terzo piano

Raramente un film mi ha messo in un tale stato di ansia e turbamento.

Un giovane polacco cerca un appartamento nella Parigi di  fine anni '70. Decide di prendere in affitto un'abitazione in cui la precedente inquilina si è uccisa gettandosi dalla finestra.
Il giovane, interpretato da Roman Polanski, regista del film e doppiatore di se stesso nella versione italiana, dovrà far presto i conti con la realtà da incubo del condominio, abitato da inquietanti anziani ossessivi e razzisti, che continuano a trattarlo come se fosse ancora la donna suicida. Anche gli esercenti di un bar nelle vicinanze del palazzo in cui il protagonista si reca per far colazione lo servono come se avessero di fronte l'ex padrona del suo appartamento, spingendolo coi loro comportamenti, sommati a quelli degli altri inquilini, ad avere sempre più difficoltà a distinguere il reale dalla fantasia paranoica. Trelkovski, questo il nome del protagonista, comincerà a credere sempre più di essere una sorta di reincarnazione della suicida, fino ad un finale sconvolgente completamente delirante, nel quale si prospetta la possibilità di un distorto gioco di specchi che creerebbe un diabolico circolo vizioso in cui il personaggio rimane intrappolato.

La pellicola è un'angosciante esempio di come il quotidiano possa trasformarsi in incubo e analizza la prigionia delle persone "possedute" dalle proprie mura domestiche, quelle stesse pareti che dovrebbero invece proteggerci dal mondo esterno, nemico, difficile, razzista e intollerante.
Il senso claustrofobico è continuamente presente, fuori e dentro lo squallido appartamento di Trelkovski, nel quale è negata anche l'intimità dei servizi igienici ed ogni minimo rumore che fa è oggetto di lamentele da parte dei vicini. C'è anche un continuo senso di non appartenenza, anche nei confronti di se stessi. Il giovane polacco perde progressivamente cognizione della realtà di sè e del mondo che lo circonda, lasciandosi andare al delirio paranoico.
Tecnicamente il film ha una regia pregevole, che fa anche uso nella sequenza d'apertura, di quella che allora era una novità assoluta: la Louma, una gru snodata con in punta una cinepresa che può cosi riprendere a distanza scene ad altezze altrimenti difficilmente raggiungibili.
Molto interessante anche l'uso degli specchi nella trama che, come Dario Tomasi scrive nel capitolo dedicato a l'immagine allo specchio nel suo splendido Lezioni di Regia (Utet-2004), sottolinea la sindrome di Jekyll da cui è affetto Trelkovski. Le superfici riflettenti, mostrate con insistenza nel film, rimandano costantemente al tema del doppio, come nella scena in cui il giovane trova in un armadio (con ante a specchio), un vestito della precedente inquilina. Questo avvenimento, che lascia turbato il protagonista e che segna l'inizio del suo percorso di immedesimazione con la suicida è interamente giocato su inquadrature che, utilizzando anche i raccordi di sguardo, mettono in campo il corpo o il viso di Trelkovski riflesso in diversi specchi che sul piano iconico segnano più il disfacimento della personalità del protagonista che la sua volontà di acquistare cognizione di sè, azione che sempre Tomasi dice possibile tramite l'uso di quello che chiama specchio autoriflessivo.

Da vedere dopo l'acquisto del primo appartamento!...

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