giovedì 29 settembre 2016

One More Time With Feeling

è difficile.
è difficile parlare di questo film, è difficile guardarlo.
Ma la parte più difficile forse è ritornare alla propria vita una volta usciti dalla sala.
Io non ho dormito. Ho cercato di mantenere un certo distacco, ma non ce l'ho fatta.
è difficile, lo è sempre, quando si tratta di Cave, perchè è sufficiente che quest'uomo apra la bocca o posi le sue mani sulla tastiera del pianoforte che la tua vita venga rimessa in discussione. è qualcosa che solo lui è in grado di fare, è un suo potere, o una sua maledizione, ma accade ogni volta: non importa quanto tu cerchi di prepararti e provi a difenderti, perchè lui troverà sempre un modo per sollevarti la pelle e andare a toccare i nervi scoperti di una sensibilità che preghi rimanga sopita. è tutto inutile, l'Uomo dalla Rossa Mano Destra ti scoverà, anche e soprattutto nel buio della sala, ti sedurrà, ti spaventerà e ti condurrà un passo più a fondo in te stesso, in recessi che ancora non avevi sondato, da dove ti osserverai e osserverai il mondo che ti circonda con nuovi occhi. Ti cambierà, che tu lo voglia o meno, e lo farà ancora una volta con sentimento.
Ero indeciso e insicuro: sapevo cosa stavo andando a guardare e non ero sicuro di volerlo fare. Sicuramente non avevo intenzione di essere spettatore del suo dolore. Non che attraverso i suoi dischi non lo si faccia, ma questa volta è diverso, è se possibile ancora più personale ed ancora più difficile. è giusto farlo? Lo si deve fare?
La musica c'entra, ma fino ad un certo punto, il discorso è più incentrato sul senso del tempo, del dolore, della perdita e del trovare un senso a tutto questo.
C'è molta onestà in ciò che si vede, c'è il desiderio di non raffinare troppo il prodotto finale, nè visivamente, nè musicalmente. Certo gli artifici del mestiere ci sono tutti, ma quelli sono funzionali a veicolare un messaggio, venga questo filmato o cantato, ma si avverte l'esigenza di rimanere il più aderenti possibili al qui e ora, per non perdere la peculiarità del momento, con le sue sfumature di bianco e nero, con i suoi cambi di tono e tempo irregolari e zoppicanti quanto repentini e improvvisi. C'è l'esigenza di testimoniare una condizione unica, uno stato delle cose che deve essere rappresentato per quello che è, per amore di memoria, anche se lo si vuole dimenticare, anche se ci si ritornerà su altre milioni di volte, perchè il tempo è elastico e ci riporta sempre indietro. Ma le cose possono cambiare. Nel futuro il nostro passato sarà diverso, assumerà altre forme e altri colori, altri suoni, altri odori. Perchè l'elastico che viene teso non è mai uguale a prima, quando torna a rilassarsi: si sfibra, cambia poco per volta, in maniera impercettibile, ma non può essere uguale a se stesso.
La musica è sconvolgente, ma se ne parlerà meglio una volta ascoltato il disco. Quando il coraggio per farlo sarà sufficiente.
L'impressione comunque è quella di una lunga scivolata tra le pagine più buie del mondo di Cave; la sperimentazione, l'interpretazione, la lunghezza, l'improvvisazione e la deriva ipnotica di un pezzo come Jesus Alone rende l'idea. Non ci sono orpelli o struggenti parti melodiche agrodolci nelle quali crogiolarsi e alle quali aggrapparsi nella speranza di una disperata risalita dal romantico decadimento. Qui si è sdraiati sul fondo di un baratro dalle altissime e levigate pareti di cemento, lasciati soli a brancolare nel buio e nel fango umido, strisciando e avanzando a tentoni, nella speranza di scorgere un fievole baluginio.
è difficile. E spesso si avverte che seduti al buio, su comode poltrone imbottite, gli occhi si fanno umidi e un dolore ci prende al petto, nel vedere Cave che tenta di richiamare a sè colui che ha perso, che prega per un raggio di sole che torni a illuminare il suo buio e lo riscaldi mentre fissa il vuoto orizzonte del mare ghiacciato, alla ricerca di una risposta che non c'è, di una voce che è ormai muta.
Forse è troppo. Forse è troppo presto. Forse avrebbero dovuto lasciar decantare questo documentario in qualche archivio per poterlo poi eventualmente proporre o distruggere tra qualche anno. Forse Nick non è ancora troppo lucido per scegliere se mettersi così a nudo o elaborare più privatamente la sua tragedia. Il nuovo Nick Cave è una persona confusa, che non ha risposte o certezze, se non quella della bellezza del mondo, che nonostante tutto, con crudele testardaggine, continua a palesarsi a nostri occhi, giorno dopo giorno. E allora sente che quella bellezza deve trovare una voce che possa cantarla, che possa spiegarla a chi non ha la capacità di soffermarcisi, anche se sta strisciando al buio nel fango.
C'è ancora bisogno di qualcuno che canti le stelle.



Tra i vari pensieri che mi son passati in testa durante la visione del film c'è stato quello dettato dalla curiosità di sapere come la stavano vivendo gli altri spettatori, quanti di essi si stavano sentendo partecipi e quanti infastiditi da ciò a cui stavano assistendo. Questo pensiero mi ha portato a valutare le coincidenze, i punti di contatto, le similitudini e le diversità e ho cominciato a pensare alla sensibilità di certi artisti ai quali io sono legato, che hanno un forte debito nei confronti di Cave. Sono finito insomma a pensare ai Marlene Kuntz e in particolare a uno dei loro lavori più recenti che mi ha colpito negli ultimi anni: Canzoni per un Figlio.
Il contesto di quel lavoro è completamente diverso e parte da presupposti direi opposti, ma il legame di un padre con suo figlio è assolutamente centrale. Mi ha brevemente colpito come, per ragioni diversissime, i Marlene, e nella fattispecie Cristiano, abbiano dedicato un loro lavoro ad un figlio, questa volta in anticipo su Cave, che per altro viene anche citato in uno dei brani più belli del disco, che è invece sempre stato il punto di maggior riferimento per il cantante cuneese. Storie che si intrecciano, involontariamente. Passato, presente, futuro.
Si accendono le luci, esco dalla sala. La prima persona che noto nell'atrio è Luca Bergia, batterista dei Marlene Kuntz. Questa cosa era già successa diversi anni fa, sempre con lui, al concerto degli Einstürzende Neubauten. Per chi non lo sapesse, il nucleo primevo dei Marlene si è praticamente formato molti anni fa ad un concerto degli Einstürzende al Lingotto di Torino e il cantante-chitarrista-fondatore della band di Berlino è Blixa Bargeld, spalla e chitarrista storico di Nick Cave and The Bad Seeds.
Io, lui, loro, noi. Passato, presente, futuro, condizionale.
Il tempo è elastico.

venerdì 23 settembre 2016

Orange Crush

Orange Crush è il primo singolo estratto dall'album Green dei R.E.M. (1988), nonchè la loro canzone di maggior successo, sino alla pubblicazione della celeberrima Losing My Religion.
Ma cos'è un Orange Crush e di cosa parla il testo di questo pezzo?
I molteplici significati delle frasi cantate e il fatto che lo stesso Stipe abbia più volte detto che anche lui non abbia idea di quale sia il reale senso del brano non ci sono molto di aiuto.
In effetti diverse cose si chiamano Orange Crush, come un'aranciata simile alla Fanta, una linea di amplificatori della Orange, o una particolare varietà di marijuana.
C'è anche chi sostiene che nel testo si faccia riferimento all'eroina o all'acido lisergico. Questa tesi è spesso sostenuta da chi interpreta la parola spine del ritornello, rispettivamente come ago, o come uno slang che sembra fosse in uso tra i soldati americani di stanza nel Vietnam, quando si riferivano ad un cocktail di anfetamine e allucinogeni da assumere prima di entrare in combattimento per far fronte allo spaventoso inferno nel quale si trovavano. Che spine abbia a che fare con il coraggio è suggerito anche dall'estensione del suo significato originale: spina dorsale; può infatti indicare il midollo, nel senso di carattere, tempra.
Il sarcasmo del testo diventa evidente al verso We are agents of the free.
Non è difficile infatti mettere in relazione agents con l'orange del titolo: l'Agent Orange (Agente Arancio) è infatti il nome in codice che l'esercito americano dava al defoliante utilizzato in Vietnam dal '61 al '71 per sfoltire la jungla e stanare i nemici più facilmente.
L'utilizzo massivo di questo prodotto chimico creò più danni del Napalm, tanto nella popolazione civile vietnamita che tra i militari U.S.A. Fu infatti causa di tumori, malformazioni, degenerazioni genetiche e disturbi della crescita nei bambini.
Il brano è per lo più letto in quest'ottica anti-militarista e spesso viene usato come inno di pace, contro ogni conflitto bellico. All'interno di quest'ottica direi che convivono bene le varie accezioni che si danno alle singole parole e alle frasi cantate, spesso comunque riconducibili al campo semantico dei prodotti chimici e a quello del militarismo.
Inoltre, ritengo che una frase come now it's time to serve your conscience overseas (over me, not over me) Coming in fast, over me tolga ogni dubbio.
Si aggiunga che il padre di Stipe combatté in Vietnam tra gli elicotteristi...
Musicalmente il brano è apprezzato soprattutto per il giro di basso di Mike Mills.
Io sono dell'idea che Fortune Faded dei Red Hot Chili Peppers sia parecchio in debito con questo pezzo! Voi che ne dite?
Gli Editors ne hanno registrato una cover come b-side del loro singolo Blood e l'hanno spesso riproposta dal vivo.
Notoriamente io non sono un grandissimo fan del gruppo di Athens, ma ci sono diversi brani del loro vecchio catalogo che mi piacciono molto e per i quali nutro un forte rispetto. Ho sempre pensato che in qualche modo MTV e la scelta di singoli stucchevoli, noiosi e ripetitivi abbia sì portato nuovi accoliti alla band, ma anche alienato un pubblico più interessato al loro lato alternative e meno a quello smaccatamente pop.
Un vizio di valutazione mio, o semplicemente non mi sento del tutto a mio agio con la loro produzione?
In ogni caso, Orange Crush rimane un gran bel pezzo!

martedì 16 agosto 2016

NIRVANA - "Live And Loud"

A tre mesi di distanza dall'uscita di In Utero e a uno dalla performance acustica dell' MTV Unplugged, i Nirvana salgono sul palco del Pier 48 di Seattle per tenere un concerto di supporto al loro terzo e ultimo disco.
Le registrazioni di In Utero sono state estenuanti.
Il gruppo voleva riportare il suo sound verso uno stile più grezzo e meno prodotto del precedente Nevermind, album epocale, che aveva segnato indelebilmente il successo della band, le vite dei tre musicisti, la musica alternative (e non solo, degli anni '90) e l'esperienza musicale di un'intera generazione.
Ma fare un passo indietro, dopo aver registrato un album come Nevermind, non è mai una cosa facile, anche per un gruppo grunge.
Kurt e soci si dannano per rendere il sound il più abrasivo e diretto possibile, ma fino all'ultimo, la mano della produzione passa a limare, smussare, lucidare e rifinire tutti i brani, per poterli rendere maggiormente "radio-friendly".
Lo stesso titolo originale del disco viene cassato: I Hate Myself And I Want To Die. Come si sarebbero potuti passare su MTV i brani di un album con quel titolo? Eppure in quella frase c'era tutto il Cobain di quel periodo, che offriva una chiave di lettura drammaticamente chiara e infraintendibile di ciò che aveva scritto su quell'album. A distanza di più di vent'anni, In Utero ci suona ora come un'opera terminale, di quelle che mettono perentoriamente il punto alla carriera di una band. Kurt l'aveva già ben chiaro nel '93. Aveva già detto allora che In Utero sarebbe stato l'ultimo lavoro della band. I Nirvana avevano raggiunto il loro zenit e da li in poi non avrebbero potuto che tramontare più o meno lentamente (Cobain avrebbe preferito spegnersi il più velocemente possibile, con la stessa rapidità di un colpo di fucile alla testa); si stavano trasformando in qualcos'altro, in un mostro a più teste fuori dal loro controllo e dalla loro volontà, in una metastasi divoratrice aberrante e deformante. I Nirvana scelgono l'eutanasia e In Utero è il loro testamento. E' un disco in cui si parla di amore e odio, vita e morte, vendetta e apatia; ogni cosa si completa nel suo contrario, a formare una cosmogonia chiusa e finita, pronta per essere consegnata ai posteri.
Ma il carrozzone del music biz prevede che non ce la si possa cavare così a buon mercato: bisogna promuovere il proprio lavoro suonando quei pezzi dal vivo, di fronte a migliaia di fan pronti a spendere i propri soldi per gustarsi l'altrui sofferenza come fosse una qualsiasi altra emozione di cui nutrirsi.
Solo che Kurt non era Freddy Mercury, l'avrebbe detto di li a poco nella sua ultima lettera: non si divertiva più, non se la sentiva più di stringere i denti, tenere duro e fingere di farcela in nome di uno spettacolo che deve continuare. Ma queste motivazioni al music biz proprio non interessano.
"Solo una punturina, passerà tutto, ma potresti avvertire un po' di nausea. Riesci ad alzarti? Credo proprio che stia facendo effetto, bene. Questo ti terrà su per tutto il tempo dello spettacolo; forza, è ora d'andare".
I Nirvana a dicembre salgono sul palco del Pier 48 di Seattle; ad attenderli una folla di ragazzi esultanti e le telecamere di MTV.
Kurt avanza verso il microfono imbracciando la sua Fender; è bello come non mai, nei suoi jeans over size e nel suo maglioncino blu, ma ha gli occhi bassi e lo sguardo perso nel vuoto.
"Now can you fake it for one more show?".
Il loro desiderio non è stato rispettato: il suono è studiato per far suonare bene ogni singolo feedback che esce da quella Fender e il gruppo si presta alla pantomima suonando benissimo ogni brano.
Gran parte della scaletta è dedicata ai pezzi di In Utero, ma c'è spazio per una versione elettrica di The Man Who Sold The World, la cover di Bowie già immortalata nell'Unplugged, Sliver da Incesticide, qualche ripescaggio da Bleach e qualche altra concessione alle gemme di Nevermind. Non è un caso che Smells Like Teen Spirit non figuri nella setlist. Questa omissione sembra l'unica libertà che sia stata concessa al gruppo, che forse se l'è presa con la forza: quella canzone è stato l'inizio di tutto e la fine di tutto; Kurt non la sopporta più e non ha nessuna intenzione di suonarla.
Alla fine di qualche pezzo, il cantante si ferma per un istante a fissare il pubblico, poi sfoggia un fintissimo sorriso robotico e abbozza un altrettanto posticcio "thank you", carico di un'amarezza che fa male a sentirla, per poi tornare immediatamente apatico.
Superata la metà del live la band si ritira nel backstage e quando ritorna sul palco Kurt ha una sigaretta tra le labbra. Osserva nuovamente il pubblico e sarcasticamente gli rivolge la domanda "allora, perchè siete ancora qui?". 
Vengono suonati altri pezzi e probabilmente la scaletta ne avrebbe compreso ancora qualcuno (forse proprio la più attesa, Teen Spirit), ma Kurt abbassa il volume della chitarra e si avvicina a Krist sussurandogli qualcosa nell'orecchio. Il bassista ascolta pensieroso e annuisce. Poi Kurt si gira verso Dave e gli comunica lo stesso annuncio. Non sappiamo cosa si siano detti, ma a giudicare da quello che succede dopo, probabilmente Kurt avrà detto una roba del tipo "ok, chiudiamola qui! Niente Teen Spirit, non ce la faccio più. Cominciate voi, io vi seguo: spacchiamo tutto!".
Krist si inginocchia e comincia a scordare e sbattere il suo basso a terra, Dave tiene il tempo con una cassa incalzante e Pat abbozza qualche nota dissonante. Inizia una jam che ha davvero poco di armonico e trascinante. Forse i ragazzi sono stati un po' presi alla sprovvista e l'improvvisazione prende una virata delirante con ben poco di interessante e "musicale" anche per chi apprezza i momenti noise. Il tutto sfocia ovviamente in una Endless Nameless che forse è la cosa più rappresentativa dello stato d'animo del gruppo, libero dalle costrizioni del dover suonare i "singoli" e doversi prostituire per il bene e il piacere di qualcun altro. Furia, rabbia e sconsolatezza prendono il campo e si trasformano in un caos primordiale che, come prevedibile (anche questo fa parte di un canovaccio collaudato centinaia di volte?..) porta alla distruzione di ogni cosa stia sul palco, ad iniziare dagli strumenti. Kurt è a terra e mentre sevizia la sua chitarra invita il pubblico a salire sulla scena e a prendere parte a questa ribellione luddista che è la celebrazione dell'anti-show, l'anti-rock, e l'anti-biz per eccellenza. E' un invito ad abbattere l'invisibile barriera tra musicisti e spettatori e forzare questi ultimi a condividere attivamente e sullo stesso livello il vero sentimento di antagonismo e impotenza che scorre nelle vene della band di Seattle. Si scatena la Rabbia contro la Macchina. 
Kurt si alza e fronteggia le telecamere di MTV a viso aperto e non trova niente di più immediato e urgente da esprimere che sputarci sopra. Mentre la sua saliva cola sul miope obbiettivo della telecamera, oggetto intruso e nemico operato dalle mani di chi il music biz lo fa e lo fa patire a gente come Cobain, la folla si riversa parzialmente sul palco che viene raso al suolo.
Kurt imbraccia la Fender come fosse un'ascia e si scaglia contro la senografia, composta da due manichini, gli stessi che compaiono nel video di Heart-shaped Box e sulla copertina di In Utero; con un colpo secco ne decapita uno. 
E' un'immagine dal forte significato metaforico: un angelo sezionato e scarnificato a cui viene divelta la testa da una chitarra. E' la perdita dell'innocenza, della personalità, della volontà e della vita di un essere sensibile e indifeso ad opera della musica, trasformatasi da medicina a malattia inestirpabile. Pochissimi mesi dopo quest'immagine si concretizzerà materialmente e tragicamente nella casa di Cobain.
Kurt non ha più il suo strumento e rivolge un ultimo sguardo allucinato al suo pubblico, strabuzzando gli occhi e facendo una smorfia di derisione, applaudendo sarcasticamente, come a dire "vi è piaciuto lo spettacolo, brutti stronzi?".
Esce di scena.
E' la fine.

mercoledì 3 agosto 2016

"Close to the edge, down by a river"

Yes, Close To The Edge

martedì 10 maggio 2016

RN Live - Minestrone

Noi stasera ci facciamo un po' di minestrone. E tu?...
http://www.zipnews.it/radio.php

lunedì 2 maggio 2016

RN Live - Minestrone

Avete notato come le preghiere delle Creature della Notte invocate la scorsa settimana abbiano sortito il loro effetto richiamando cieli e temperature invernali nel bel mezzo della primavera?
Sicuramente se avevate i termosifoni attaccati all'impianto centralizzato spenti avrete quantomeno battuto i denti come il sottoscritto.
Quale occasione migliore quindi di mangiarci insieme un bel Minestrone caldo?
Questa tipologia di trasmissione è stata proposta già diverse volte, ma non con questo nome; ora ho deciso che potrebbe tutto sommato essere codificata in uno dei formati di RN.
Quali sono le sue caratteristiche? Sostanzialmente è composto da tutti quei pezzi che seleziono e metto da parte per integrare i vostri Free Ride. Talvolta la lista cresce così tanto che diventa una vera e propria playlist con delle micro tematiche interne composte da brani che mi piacerebbe associare e farvi sentire senza soluzione di continuità e che quindi risulterebbero inadatti e troppo invadenti per un Free Ride.
Tuttavia il Minestrone non è una serata a tema. è davvero un misto di artisti e generi molto diversificati, che a un certo punto, per il caso o le mie associazioni mentali e uditive si incrociano e hanno l'occasione di dividere una playlist comune, che per quanto fatta di cose diverse, ha un suo sapore ben definito. è quindi diversa da quel pout pourri che ha aperto la nuova stagione degli streaming di RN.
I pezzi sono selezionati dalla mia collezione di dischi, da ciò che ho scoperto di recente on-line, da quello che mi ronza in testa per intere giornate o mesi e da ciò che non è mai sparito dal mio fedele lettore MP3.
Quindi il Minestrone è divertente e piacevole per almeno tre ragioni diverse:
- Come il Free Ride presenta una scelta di brani vari e spesso inaspettati, dalla quale poter trarre interessanti spunti per futuri ascolti di approfondimento.
- A differenza del Free Ride i brani sono spesso collocati in modo da dare una specifica direzione alla playlist, che toccherà delle micro tematiche lungo il suo svolgimento.
- Artisti e generi provengono dai campi più disparati, ma sono presenti ovunque dei punti di contatto, che possono essere musicali (melodici, o armonici), lirici (associazione di tematiche comuni), stilistici o emotivi.
 Sarà dunque curioso prestare attenzione ai raccordi che portano da un genere all'altro senza soluzione di continuità; per usare una metafora culinaria è un po' come quando ci si concentra nell'assaporare un cibo o un vino e ne si colgono tutte le sue fragranze, i cambi di tonalità, di corpo e consistenza che creano delle stratificate variazioni sul tema, solo superficialmente scollegate tra di loro, ma a ben sentire, legate da un sottile ed invisibile filo conduttore che contribuisce a rendere il piatto saporito e unico.

Se vi è venuta fame vi aspetto, come sempre, martedì alle 21.00, qui.

martedì 26 aprile 2016

RN Live - Prima dell'Estate

Prima dell'arrivo dell'Estate
l'Inverno sferza il suo colpo di coda sulla gelida terra.
Prima che i passeri comincino a cantare e i fiori a odorare,
prima che i cuori si riscaldino e ritornino a pulsare, prima che il sole infonda il suo calore sul nostro sasso siderale,
l'Inverno mostra i denti per un'ultima volta.
La luna torna a splendere sanguigna, gonfia nel freddo ventre di un cielo senza stelle, dietro il lattiginoso velo delle nubi, spettrale alito di anime morenti.
Nei boschi e nelle foreste, tra gli alberi e gli irti cespugli tra le rocce
le Creature della Notte si radunano per un ultimo saluto al mondo del Freddo.
Prima di ritornare ai loro bui recessi, in cerca di riparo e conforto dalla Luce, si organizzano in un Sabbath nel quale rivolgeranno canti e preghiere all'ebbro astro sidereo e alle cose di questo mondo che vivono sotto di esso e dentro di noi.
Prima dell'Estate ancora l'Inverno.
Prima della Luce di nuovo il Buio.

La macchina di Radio Nowhere questa sera si ferma nelle foreste del profondo e misterioso nord.
Al buio, accarezzati dal vento freddo che porterà a noi odori di legni, erbe, fumi e lontani incensi, osserveremo il rito del saluto alla Stagione del Buio.
La musica che ci accompagnerà durante la serata sarà Black Metal, quindi questo viaggio non sarà facile e sicuramente non per tutti i palati, ma a RN piace spingersi lontano e portarvi dove avete solo sognato di andare o temuto di capitare.
Non sono nè un fanatico, nè un esperto di questo genere, ma ci sono dei periodi in cui lo prediligo agli altri, proprio per il suo potere evocativo e suggestivo. La selezione che ho fatto da maggior risalto al "True Black Metal" norvegese, quello disperatamente violento e lacerante, che principalmente parla di solitudine e divinità pagane dimenticate, suonato con strumenti di fortuna, spesso in condizioni disastrose e volutamente low-fi. Molto lontano da quel tipo di black tanto in voga negli ultimi decenni, più incentrato sulle orchestrazioni barocche e pompose, su arrangiamenti faraonici, più indirizzati verso un certo gusto melodico che strizza l'occhio alla disgustosa e stucchevole interpretazione del concetto di gotico che viene data in questi anni fatti di letteratura e cinema da quattro soldi. I pezzi che ho scelto sono molto "atmosferici", nel senso che appunto hanno una grande valenza suggestiva, ma son davvero lontani dalla ricerca di un facile e compiacente gusto melodico.
Se ve lo state chiedendo, il satanismo non c'entra nulla, o quasi. Spesso questo è usato da alcuni di questi gruppi come uno specchietto per le allodole, ma si tratta in realtà più di una presa di posizione contro la Chiesa Cattolica, che dell'adorazione del Maligno. I cattolici, sin dalla notte dei tempi, hanno fatto tabula rasa di intere culture e religioni pagane autoctone nelle nazioni da loro conquistate. Questa cosa è vissuta con una certa passione soprattutto in Norvegia, dove certi gruppi di "attivisti" auspicano ad un ritorno alle vecchie tradizioni nazionali, ripudiando le imposizioni della Chiesa e usando il black metal come veicolo espressivo. Questa condivisibile posizione è stata spesso messa in pratica con atti di violenza e vandalismo non scusabili, e poi ci sono davvero degli imbecilli che si mettono ad adorare Satana, ma il discorso è parecchio lungo, complesso e spinoso e non mi sembra il caso di farlo qui, ora. Alla fine a noi interessa la musica e le sue suggestioni; mettetela così: sarà un po' come vedere un film horror per godersi il brivido della suspance e della paura, ma questo non farà di voi dei mostri o dei serial killer.

Sarò io invece ad uccidervi se non vi paleserete questa sera alle 21.00, a questo indirizzo!
Oltre ai gruppi norvegesi avrete l'occasione di ascoltare anche band provenienti da Svezia, Finlandia, Russia, USA, Inghilterra, Francia e Italia.
Parole d'ordine: scream, growl, corpse painting, low-fi, tremolo picking, blast beat.
Listen to them, Children of the Night. What music they make.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...