domenica 27 maggio 2018

"And I'll smile and I'll learn to pretend 
And I'll never be open again
And I'll have no more dreams to defend
And I'll never be open again
"

Dream Theater, Space-Dye Vest

martedì 15 maggio 2018




"In a situation now
That I could not repair
I assert myself to sleep
Show others that I've cared
[...]
This is erased I promise not a trace no delay"

Paradise Lost, Erased

lunedì 7 maggio 2018

La Dolcezza della Forza

Premessa: queste righe sono il leggero ampliamento di una riflessione nata dall'accumularsi di pensieri sparsi che si sono sedimentati e han preso forma in un messaggio inviato durante uno spostamento in metro.

Antefatto: qualche settimana fa, io e Dea ci siamo fatti una gitarella in montagna; mi aveva chiesto di portare dei CD per il viaggio (si, noi ne facciamo ancora largo uso), così ho deciso di puntare su una colonna sonora tranquilla, principalmente acustica. Un po' di blues, un po' di folk, roba che potesse accompagnarci abbastanza dolcemente lungo il tragitto; tra quei CD c'era Up Up Up Up Up Up di Ani DiFranco e la mia scelta per la prima parte del viaggio ricade proprio su questo. Non passano molti pezzi che mi accorgo tristemente che il disco ha ormai fatto la sua storia ed è arrivato alla fine della sua vita. Non che in questi vent'anni l'abbia consumato, ma è diventato inascoltabile, vittima di quel deterioramento che colpisce alcuni CD non di ottima fattura: incomincia a "friggere", emettere rumori fastidiosi, saltare, etc. Con rammarico mi rendo conto che lo dovrò buttare, ma voglio comunque recuperarlo di nuovo e anzi, dato che ci sono, magari ne approfitto per approfondire la discografia di quest'artsta che mi colpì così tanto quando ero ragazzino, ma che non ho mai avuto la pazienza di approcciare con troppa attenzione. Inutile ripetervi la mia malattia: sono completista, quindi, eccomi da settimane all'ascolto dell'opera omnia della cantautrice di Buffalo, 1990-2017.

Penso che le cose non capitino per caso, ogni cosa ha il suo momento e le più belle avvengono quando riesci a cogliere il momento giusto.
Credo comunque nelle coincidenze, o forse questo è solo un modo per chiamare la magia che si cela dietro certi eventi.
Questa cosa che sto ascoltando Ani, ad esempio: è stata casuale, perchè non ci pensavo prima di sentire il CD rovinato e decidermi di recuperare tutto ciò che abbia fatto.
Non che mi piaccia tutto, ma ci sono certi pezzi nei quali la sua voce e il modo di suonare ste "stranissime" chitarre mi fan star bene. Mi elevano e mi tolgono di dosso molto del peso che avverto mi sta opprimendo. Mi portano in un posto al sole, in cima al mondo, dove sono da solo, ma non mi sento solo, mi sento in pace.
è curioso, perchè Ani la conosco da vent'anni, ma è "arrivata" solo ora, al momento giusto.
Ho passato l'ultimo anno e mezzo a frequentare principalmente donne, a prescindere dal loro ruolo.
Trovo molto conforto nella voce di una donna realmente forte, perchè c'è sempre dietro una dolcezza che invece manca agli uomini "forti", che pur confortano in maniera diversa, ma spesso con un'arroganza che nelle donne non c'è. Chi è "saggio" sa invece essere anche dolce, oltre che forte.
Molto meglio, quindi, ascoltare la voce di Ani, che se urla lo fa per un motivo preciso, piuttosto che un qualsiasi cantante metal, le cui urla sono quasi sempre ingiustificate.
Facile capire quindi perchè mi piaccia tanto il modo di cantare di Chino Moreno e perchè la musica dei Deftones mi porti ancora più in alto di quella di Ani. Lei è molto più terrena, loro più eterei; lei si ferma in cima ad un monte, loro ti portano nel nero dello spazio, riempiendolo di colori sfolgoranti.

Le donne forti sono belle come le montagne, solcate dalle cicatrici di qualche frana, dall'inciviltà di chi non le rispetta e non le apprezza, ma sono meravigliose da guardare, perchè sono dei punti di riferimento, col loro profilo rivolto sempre al cielo, verso l'alto, up up up up up up...
A volte possono sembrare dure, difficili, stancanti, ma quando ne conquisti la vetta e ti distendi tra le nuvole a guardare il cielo, puoi sentire il silenzio del mondo. Poi ricominciare a sentire il tuo cuore battere.
Come le montagne, offrono ospitalità, creano vita.
La voce di una donna forte è sempre dolce, perchè non deve dimostrare o chiedere niente a nessuno, non si deve imporre, si lascia ascoltare ed è come un vento delicato che ti asciuga le lacrime e ti spinge ad alzare nuovamente la testa verso l'alto. Up up up up up up.
Grazie, angeli di roccia, grazie per quello che dite, per ciò che cantate e per come siete. Grazie anche per quando non fate niente, perchè comunque ci siete, come splendide montagne.
Questa è per voi.
Grazie, Ani.

PS: alla fine il CD non l'ho buttato; ci tenevo troppo, era troppo bello, con la sua stampa colorata arancione. Adesso è appeso allo stipite di una porta del mio appartamento, in sù, a ricordarmi, ogni tanto, di alzare la testa e guardare verso l'alto: ci sarà sempre una dolce donna forte sulla quale poter contare.


domenica 29 aprile 2018

"And when I say you sucked my brain out
The English translation
Is I am in love with you
And it is no fun
"

Ani DiFranco, Dilate

venerdì 13 aprile 2018

"Late at night I wanna see you
Well my eyes, they begin to fade
Am I just living in the space between
The beauty and the pain?
And the real thing
"

The War On Drugs, Strangest Thing

giovedì 29 marzo 2018

Russian Circles @ Santeria Social Club - Milano 04/03/17

I Russian Circles sono tra i gruppi più interessanti che abbia scoperto e amato negli ultimi tre anni. Scovati per caso ascoltando una playlist di post-rock su Spotify, hanno da subito attirato la mia attenzione e hanno fatto in fretta ad imporsi come colonna sonora di molte delle mie giornate di quest'ultimo incasinatissimo pezzo di vita. Mi è bastato vedere un paio di video di live in studio postati sul loro canale del Tubo per capire che questo trio di Chicago andava visto in concerto, prima o poi. Tuttavia le mie speranze erano ridotte ai minimi termini: non avrei mai immaginato che un gruppo per certi versi così di nicchia si potesse spostare oltre i confini americani, ma invece, una mattina di fine 2016, se ricordo bene, la notizia di un loro concerto a Milano mi riempì di una gioia inaspettata e corsi immediatamente a comprare i biglietti.
Il Santeria Social Club si trova in una zona a me completamente sconosciuta del capoluogo lombardo; interessante la struttura, preoccupante la tipologia degli avventori: hypster ovunque. Tutti con lo stesso taglio di capelli impomatati, barbe lunghe e curate, bretelle e camicie a quadri. Comincio a sospettare di essere finito in una zona universitaria, magari vicino alla Bocconi. Apro la mappa sul cellulare e ne ho la conferma: siamo esattamente in zona Bocconi. Cosa potevo aspettarmi di diverso? Del resto il post-rock, che va così di moda in questi anni, han un fortissimo seguito hypster-fighetto-figli di papà-finto alternativi-sui giovani d'oggi ci scatarro su. Pace, non avrò l'abbigliamento adatto, ma conosco tutti i lavori del gruppo e la voglia di sentirli è davvero tanta.
I Russian sono un trio davvero eterogeneo: Mike Sullivan (chitarra) è un omino magrissimo dalla faccia seria e scavata, capelli lunghi e baffetti, fasciato in attillati jeans scuri, camicia marrone e giacchetta di velluto.
Brian Cook (basso) è un omone a metà strada tra un hypster e un vecchio skinhead: stivali, jeans, camicia, bretelle, capelli e barba hypster.
Dave Turncrantz (batteria) sembra un indio incrociato col David Gilmour del Live at Pompeii: lunghi capelli continuamente svolazzanti sospinti da un ventilatore posto vicino alla batteria, perennemente in funzione.
Insieme, creano un impasto sonoro magnifico che rapisce e fa viaggiare per tutta la durata dell'esibizione.
Un live decisamente particolare sotto molti punti di vista, difficile anche da descrivere, perchè interamente basato sulle suggestioni create dalla musica evocativa del gruppo, piuttosto che dallo spettacolo visivo di ciò che avviene sul palco.
La band si esibisce quasi completamente al buio: le uniche luci presenti sono i piccoli led di servizio posti sulle pedaliere del basso e della chitarra e dei fari arancioni posizionati dietro la batteria, a contrastare la silhouette di Dave, che si muove sicuro e potente sulle pelli, continuamente avvolto dal suo crine corvino.
Totale assenza anche di microfoni: i Russian non cantano, non fan cori, ringraziano con un gesto della testa e salutano con un movimento della mano, senza mai aprire bocca. Può sembrare un dettaglio, ma vi assicuro che silenzio e oscurità sono due ingredienti molto peculiari in un live, che generalmente fa dei giochi di luce e dell'interazione col pubblico uno dei suoi caratteri distintivi e classici. Proprio per questo è difficile parlare di un concerto del genere: si possono chiudere gli occhi per un'ora e mezza e abbandonarsi all'esecuzione del gruppo, totalmente rapiti dalla musica, lasciandosi trasportare dalla propria immaginazione e dalle sensazioni provate senza l'ausilio di orpelli artificiosi.
In seconda fila, perfettamente allineato con la cassa di Dave, al suo primo tocco di pedale i miei organi si scompongono. I bassi sono così esageratamente potenti che i pantaloni mi si attaccano alle gambe a causa della pressione sonora creata.
Lo stile di Mike prevede la stratificazione costante di loop di chitarra che registra e sui quali suona creando castelli di note distorte, riverberate, ritardate, sfasate, ora taglienti e pesanti come macigni, ora liquidi e morbidi come fasci di luce. La struttura armonica è gestita da Brian che talvolta imbraccia una chitarra baritona e usa un controller a pedali per riprodurre il basso. Mike lo segue, arpeggia, fa accordi e spesso crea riff in tapping, che è un po' il suo marchio di fabbrica. Le accordature sono aperte e cambiano a seconda dei brani eseguiti. Il sound, così stratificato, è incredibilmente avvolgente e sembra provenga almeno da tre chitarre differenti. A fine live faccio una foto della pedaliera di Mike, che è semplicemente impressionante: più di venti stomp-box tra tuner, booster, overdrive, distorsori, loop station e un'infinità di effetti di modulazione e d'ambiente. Ci vuole una grande abilità per gestire con precisione le sovraincisioni che crea in tempo reale tenendo conto dei vari loop e degli effetti in delay.
Il gruppo è sempre stato accolto positivamente dalla critica perchè è riuscito a trovare un certo bilanciamento tra le atmosfere dilatate e morbide del post-rock, con quelle più dure e aggressive del post-metal.
La scaletta, composta da dieci pezzi, si concentra purtroppo un po' troppo sull'ultimo lavoro e su alcuni altri brani dei dischi più recenti, che forse sono anche i meno riusciti e coinvolgenti, lasciando fuori tutti i brani del primo loro album, che a mio parere è anche il più bello: Enter.
Il pubblico apprezza maggiormente i pezzi più vecchi, come Harper Lewis e Youngblood, che sono anche gli unici momenti in cui l'impassibile espressione concentrata di Mike si lascia sfuggire qualche mezzo sorriso e delle pose di abbandono a ciò che sta suonando. Impeccabili, comunque e assolutamente da vedere e da scoprire, se ancora non li avete mai sentiti. Davvero dire di più non si può, sarebbe come tentare di spiegare una colonna sonora ad un sordo: è un viaggio che si deve fare per capirlo.
Se vi piacciono le atmosfere dilatate condite da una base che attinge a certe dinamiche metal non lasciatevi scappare i lavori di questo gruppo e se li vedete in cartellone da qualche parte per voi facilmente raggiungibile non esitate e andate a vederli.
Vi consiglio ancora una volta di ascoltare almeno Enter, il disco d'esordio, di ormai dodici anni fa.

lunedì 19 marzo 2018

"Wise men say only fools rush in  
But I can't help falling in love with you"
 
Bruce Springsteen / Elvis Presley, Can't Help Falling In Love
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