martedì 20 febbraio 2018

"If love is blind I guess I'll buy myself a cane"

Guns N' Roses, Locomotive (Complicity)

domenica 18 febbraio 2018

Giovanni Lindo Ferretti @ Hiroshima Mon Amour - Torino 06/04/17

Ancora una volta nella pancia dell'Hiroshima, locale storico di Torino dove si è assistito a tanti concerti memorabili sin dalla nostra più tenera adolescenza. Ancora una volta qui, con la voglia di lasciarsi incantare dalle emozioni suscitate da uno dei più grandi parolieri del nostro paese, colonna portante della musica italiana, colonna sonora di tanti anni delle nostre vite: Giovanni Lindo Ferretti, o se preferite, Ferretti Lindo Giovanni, per gli amici, Mastro Lindo.
Sono passati più di dieci anni dall'ultima volta che ho avuto il piacere di vederlo dal vivo; allora cantava nei PGR, ultima incarnazione di quel consorzio di suonatori indipendenti che negli anni '90 rispondeva al nome di CSI, gruppo nato dalle ceneri dei CCCP, che all'inizio di quella magica decade si era fuso con parte dei Litfiba. Ma penso che la storia più o meno la conosciate già tutti.
I concerti dei CSI li porto ancora adesso nel cuore come dei momenti di altissima poesia e sterminata emozione; le liriche di Ferretti hanno il potere di affascinarmi tutt'ora e di risultare ancora così potentemente attuali, che un appuntamento del genere era irrinunciabile. è il mio secondo concerto con V. Non so esattamente come sarà rivedere dopo tanto tempo Mastro Lindo, ma una cosa è certa: sarà una serata memorabile.
Il buio avvolge il pubblico sempre più nervoso da ormai più di mezz'ora. Il tempo passa, passa l'orario previsto di inizio concerto e il brusio nella sala cresce. Passa forse un'altra mezz'ora e sul palco non si vede ancora nessuno. La gente comincia ad essere preoccupata che Ferretti, famoso per non essere esattamente il ritratto della salute, possa non presentarsi. Io, al buio, mi godo il momento, l'attesa, la compagnia, l'impazienza ingiustificata degli astanti.
Ferretti non è una rock star e non sale sul palco per timbrare il cartellino; è un montanaro, una sorta di eremita allevatore di cavalli, è completamente avulso dalle logiche di mercato e dagli obblighi imposti dalle esigenze, dal tempo e dallo spazio. è sceso a valle, in questa tabula rasa tutt'altro che sterile e igienica, ex-unità di produzione, per portarci un soffio di lentezza e compassionevole contemplazione sulle miserie del mondo. Lui può, lo ha sempre fatto, a maggior ragione oggi ne ha facoltà, lui che certe cose le ha sempre dette e ancora le ribadisce, nonostante le critiche di infedeltà alla "linea", a quell'ortodossia così ferocemente sbandierata negli anni ottanta. Siamo noi che non lo abbiamo ascoltato. Le sue parole sono ancora tremendamente valide: la linea, non c'è mai stata.
Capelli rasati, una piccola cresta, stivali, un gilet sopra una camicia dalle tonalità spente, pantaloni militari, le mani sprofondate dentro le tasche. Un abbozzo di sorriso compiaciuto, una rigidità statuaria e marziale che lo accompagnerà per tutto il set. Vino, sigarette e leggio come strumenti. Lo accompagnano due ex-Üstmamò alle chitarre, al basso e talvolta al violino.
Il buon Ferretti è sempre lui, quella voce cavernosa, annoiata e al contempo isterica, lugubre e romantica è sempre la stessa e quelle parole...
I tre spesso pacioccano con le basi, con gli attacchi, talvolta sono un po' scollati e scardinati e lo stesso Giovanni incespica qua e la nei suoi testi torrenziali che rigurgita dalle pieghe del passato a tratti con lentezza catatonica e ipnotica, in altri momenti a velocità fulminea. Le canzoni sono spesso riarrangiate e infarcite di nuove strofe, letture, pensieri, moniti, citazioni e manifesti di un tempo che non c'è più, ma che è ancora tra noi, come uno zombie. I brani talvolta si accavallano e si scambiano i versi, si richiamano, si compenetrano in una liturgia che ha del malinconico per la sua natura di revival socio-politico delle nostre coscienze, ma la cui lucidità è tuttora disarmante.
Ai brani appartenenti alla sua carriera da solista si affiancano una manciata di pezzi del periodo CSI, tra i quali l'apocalittica Cupe Vampe e il loro capolavoro assoluto, Irata, ma la parte più grande della scaletta è dedicata al repertorio CCCP. Amandoti, Oh! Battagliero, Curami, And the Radio Plays, Depressione Caspica, tanto per darvi un'idea. Reminiscenze che danno i brividi e che sconvolgono il cuore quando si giunge ad Annarella, a mio parere una delle canzoni italiane più belle che siano mai state scritte.
Ferretti è solo sul penultimo pezzo, Emilia Paranoica, che decide di cacciare le mani fuori dalle tasche e abbandonare la sua rigidità da stilita per perdersi nel suo classico ballo da incantatore di serpenti. è una gioia vederlo danzare, anche se le parole ci piovono nelle orecchie come quelle bombe esplose su Beirut alle quali si fa riferimento nel testo.
Sul finale siamo noi a ballare, anzi, a pogare: i bombardieri su Beirut lasciano lo spazio ai caccia sovietici di Spara Jurij e anche se non ci sarebbe nulla di cui essere allegri, perchè allora i morti furono quasi trecento, il brano è ormai (o forse lo è sempre stato) un omaggio al più genuino punk italiano e, potere della musica, si tramuta in una festa di gente che ha solo voglia di divertirsi, ballare e ringraziare Mastro Lindo che è venuto a portarci ancora una volta il suo "verbo", un po' impolverato, talvolta autoreferenziale, ma sempre gradito. è un po' come ascoltare i vecchi racconti del nonno... Non tutto si trasforma in insegnamento, ma ogni parola è ammantata dalla magia del vissuto di un tempo lontano, che magari non abbiamo neanche conosciuto, ma che in qualche modo c'è stato tramandato e ce lo ritroviamo nel sangue e nel DNA, o nel cuore, come quando torniamo con la mente alle parole di un brano come Annarella.
Grazie, Giovanni.

giovedì 1 febbraio 2018

St. Anger

St. Anger, è inutile dirlo, è lo scheletro nell'armadio nella discografia dei Metallica, senza troppi giri di parole, è un disco che proprio non piace. Ora, sarebbe interessante capire perché non piaccia. I più diranno che è semplicemente noioso, altri perché suona male e Lars ha usato un set di pentole per registrare la sua batteria. Sono d'accordo con la prima affermazione, il disco non brilla di spunti di creatività, è lungo e il suo ascolto non è proprio semplicissimo. Per quanto riguarda la seconda affermazione, pur riconoscendo l'infelice idea di suonare il rullante con la cordiera abbassata e scegliere di privilegiare il suono più naturale possibile del set di Lars, senza troppa produzione in fase di missaggio, beh rendo merito al coraggio del batterista danese e generalmente cerco di spostare l'attenzione su altri due dischi che soffrono di problemi di produzione, ma per i quali il giudizio dei fan è ben diverso: ...And Justice for All e Death Magnetic. Il primo dei due album citati, non è un segreto, è da sempre il mio preferito, anche se è evidente come la produzione sia stata disastrosa (proprio perché seguita troppo da vicino sempre da Prezzemolars); ho preso diverse volte le difese di Jason, ingiustamente attaccato dai merdallari incompetenti di turno (leggi qua), ma non ho mai dovuto convincere nessuno che, nonostante le porcate fatte al banco del mix, questo sia un album epocale. Per quanto riguarda invece Death Magnetic il discorso è inverso: sappiamo tutti come i giovani amanti del metallo avessero gridato al miracolo della resurrezione dei Quattro Cavalieri proprio in funzione di questo disco, che "ricordava così da vicino i vecchi lavori della band, soprattutto Justice...". Poverini, partendo dal presupposto che stiamo confrontando quelli che personalmente considero essere i due estremi opposti della carriera dei Metallica, quindi il loro album più figo e massiccio e...e...e...quell'altra robaccia la con la bara in copertina, l'unico punto di contatto che ci possa essere tra i due lavori sono proprio i difetti di (post)produzione: Merd Magnetic è stato così compresso in fase di mastering (non lo dico io, andatevi a vedere lo spettro delle onde sonore delle singole tracce), che quando lo ascoltate in cuffia sembra di sentire una scorreggia ad alto volume per 75 minuti di seguito, cacofonia prossima al white noise; e badate che non sto parlando di qualità musicale e di ciò che i quattro han suonato, ma di come "suoni" sto schifo di disco, che altro che loudness war, sta roba è una bomba all'idrogeno per le orecchie, una porcheria che un bambino di otto anni con Pro Tools avrebbe fatto meglio. Però piace! Perché? Per lo stesso reale motivo uguale e contrario che porta a dire ai merdallari che St. Anger faccia schifo: in Death Magnetic ci sono gli assoli (woaaaah!), in Anger no (booooooo!!!!).
Ribadisco: il metallaro capisce un cazzo di suoni, perché s'è sfondato, se va bene, per vent'anni le orecchie e il cervello sempre con la stessa musica (il metal, ovviamente) e non ha termini di paragone col quale poter capire anche solo vagamente il concetto di dinamica. Al metallaro non frega un cazzo che un disco suoni male, fintanto che ci butti dentro gli assoli. L'equazione è semplice: no assoli = disco di merda (mmm...che scusa troviamo per giustificare sta cosa da un punto di vista tecnico? Ah, si: suona male!); sì assoli = yeah, let's rock, sto disco spacca di brutto!
Ora, perdonate l'ironia di quanto detto, ma mi vien facile prendermela coi poveri amici merdallari che tutto sanno e un cazzo capiscono, ma c'è da dire anche che St. Anger non sia piaciuto semplicemente perché, che lo si voglia o meno, suona tutto tranne che come un disco dei Metallica. St. Anger è il risultato del periodo di riabilitazione di James Hetfield dai suoi problemi con l'alcol e la gestione della rabbia. è uno sfogo, puro e semplice. I testi sono uno sguardo verso l'interno fatto dallo stesso James, che ha messo nero su bianco il suo percorso di allontanamento da un atteggiamento auto-distruttivo e ha focalizzato quali potessero essere gli elementi che l'avrebbero aiutato ad essere un uomo migliore, diverso, anche come musicista. Il "processo" di autoanalisi e autocritica è subito evidente da una frase come "I'm judge and I'm jury and I'm executioner too", ma il metallaro non se ne accorge, perché non presta attenzione ai testi e se lo fa e legge una roba del genere, o peggio ancora ciò che Jamez scrive in My World o Unnamed Feeling (sempre da St. Anger, ovviamente), non ci si riconosce e non lo condivide, oltre a non capirlo. E anche qua la motivazione è semplice: nella stragrande maggioranza dei casi, "il nemico" nei testi metal, è esterno alla voce narrante, la rabbia è indirizzata a qualcuno in particolare o al resto del mondo intero. Il metal è la musica della ribellione e del riscatto, della presa di posizione, è la colonna sonora di "me contro il mondo bastardo", è, insomma, una musica dura per i duri. Non voglio sembrare troppo semplicistico, perché il metal è enorme a livello di sottogeneri, ma se è di thrash che stiamo parlando, beh, No remorse o Metal Militia non sono esattamente dei delicati esempi di introspezione ed esistenzialismo...
Quando quindi la prospettiva cambia e dall'esterno il focus si sposta all'interno e ciò che viene messo in discussione non è più tanto il resto del mondo, ma la natura stessa di chi canta, non con fare granguignolesco, tanto per restare aderenti ai cliché del genere che usa metafore come il vampiro, l'uomo lupo, lo zombie etc, ma con una reale volontà di parlare di un senso di disagio, di sofferenza e di inadeguatezza, si crea un cortocircuito nella mente dell'ascoltatore metal, che proprio non le vuole sentire ste storiacce strappalacrime, ste lamentele da femminucce col ciclo. Ridateci subito gli assoli e Seek & Destroy, che dobbiamo andare a spaccare qualche cranio in giro... (non fraintendetemi, vi prego, anche io adoro quei pezzi!). Il punto è che i Metallica non sono affatto nuovi a questo genere di narrazione personale conflittuale e problematica: Fade to Black dice niente? "Si, ma quella gli assoli ce li ha ed è estratta da Ride the Lightning! Che gli vuoi dire ad un disco cosi?" Niente! Se non che è il disco che preferisco dopo Justice!
Per chiudere, il reale "problema" di St. Anger non è tanto che sia troppo lungo o noioso, che suoni male o che non abbia assoli, ma che TUTTI i pezzi, siano frutto di una riflessione autoanalitica che suona come una ammissione di colpa che fa troppo a botte col concetto stereotipato di metal.
Detto questo, pur non rientrando neanche tra i miei dischi preferiti dei Metallica, Anger lo preferisco millemila volte a Death Magnetic, assoli o non assoli, so fucking what!
Ci sono degli ottimi pezzi, che non mi frega niente suonino poco "metallicosi", perché hanno alcuni dei testi più interessanti, sinceri, meno banali e stupidi che il buon James abbia mai scritto.
Tra questi, ovviamente, St. Anger.

Santa Rabbia attorno al collo
Santa Rabbia attorno al collo
Non ottiene mai rispetto
Santa Rabbia attorno al collo

La fai divampare, la fai divampare
Santa Rabbia attorno al collo
La fai divampare, la fai divampare
Non ottiene mai rispetto

Fanculo a tutto e niente rimpianti
Ho acceso le luci su questi oscuri scenari *
Ho bisogno di una voce che mi permetta 

Che mi permetta di liberarmi
Fanculo a tutto e niente rimpianti del cazzo
Ho acceso le luci su questi oscuri scenari
Cappio a medaglione, mi impicco** 

Santa Rabbia attorno al collo
Sento il mio mondo tremare
come un terremoto
È difficile vederci chiaro
Sono io? È la paura?

Sono follemente arrabbiato con te
E voglio che la mia rabbia sia sana
E voglio la mia rabbia solo per me
E ho bisogno di non controllare la mia rabbia
E voglio che la mia rabbia sia me

E ho bisogno di liberare la mia rabbia
Liberarla!


ll brano è una riflessione personale sul percorso di accettazione dei propri limiti e difetti intrapreso da Hetfield, che da decenni soffriva di alcolismo e della mancanza di capacità di controllare la propria rabbia. Il testo offre diversi spunti di lettura e riflessione, usando delle immagini che sono sia delle metafore, che dei forti richiami al passato di Hetfield. Mi piace l'idea della rabbia come un santo (da notare come la personificazione di questo sentimento renda il sostantivo anger maschile), quasi un angelo caduto, incompreso, bistrattato e al quale si dia solo un'accezione negativa; si cerca di domare la rabbia, di imbrigliarla, legarla, cosi come lei afferra la nostra gola e quasi ci strozza quando la avvertiamo attorno al collo. Però James crea una giustapposizione non traducibile quando parla di medaglione e cappio (**): è come se la rabbia fosse per lui una croce e delizia, un motivo di vanto da portare come una medaglia al collo, perché è stata il motore che l'ha portato a fondare i Metallica da giovanissimo e scrivere i loro testi rabbiosi, e ora che la controlla è come il ciondolo di un santo protettore da poter indossare. Però è allo stesso tempo un cappio, che gli ha stretto il collo e l'ha portato sulla strada dell'autodistruzione bagnata di alcol, fino a quando non ha iniziato il suo percorso di terapia.
*Questa è una frase davvero nebulosa che si presta a più traduzioni e a interpretazioni su più livelli. La frase “Hit the lights” è già di per sé ambigua perché può indicare, a seconda del contesto, sia l'accendere che lo spegnere le luci, ma è soprattutto il titolo della prima canzone del primo disco dei Metallica; quindi, oltre all'idea di far luce su uno scenario oscuro (quello riguardante i propri demoni per poterli affrontare), è evidente il riferimento temporale ad un periodo storico ben specifico (i primi anni '80, quando si sono formati i Metallica), che ai fini del discorso sulla rabbia e la sua mancata gestione, ha una valenza assolutamente negativa. Anche “set” è ambiguo, perché può indicare un luogo, una scena teatrale o comunque di uno spettacolo, una condizione mentale, ma anche lo spettacolo vero e proprio, inteso come insieme (set) di canzoni. Quindi c'è il tentativo di far luce su un passato oscuro, ma contemporaneamente torna il riferimento a quando le luci si spegnevano sulla scena e la rabbia e l'alcol avevano la meglio sul James che saliva sul palco.

La traduzione è mia




mercoledì 24 gennaio 2018

PlaylisTallica


"One, Two, Three, One..."
Una playlist dedicata a parte della produzione più "sommersa" e meno presa in considerazione da molti, troppi fan dei Four Horsemen; suona volutamente come una provocazione, anzi, un dito medio sbattuto in faccia a tutti quei patetici metalhead che pensano che i Metallica si esauriscano o si debbano limitare a Master of Puppets o Seek & Destroy. Per fortuna, pur deludendo gran parte del proprio pubblico, i 'Tallica han nel tempo dimostrato di esser ben più coraggiorsi di molti altri gruppi metal e a parer mio, quella era la strada da battere, un percorso di naturale crescita ed evoluzione, piuttosto che continuare a riproporre un'immagine sbiadita di loro stessi che la gente continua a desiderare, ma che non è che una pessima parodia dei tempi andati; a cinquant'anni suonati come puoi pretendere di stare ancora su un palco a suonare thrash metal, una musica che per sua definizione è (era) espressione di una rabbia, una ribellione e un'energia tutta giovanile. Lo spettacolo al quale il metal ci costringe ad assistere, partendo dall'assunto della "graniticità" dei suoi attori principali, l'ho sempre trovata un'assurdità di una tristezza infinita e la prima e fondamentale menzogna che viene raccontata proprio a quel tipo di pubblico che ricerca la "purezza", "la genuinità" la minor contaminazione possibile. Poveri illusi, ma non vi rendete conto del circo che vi viene messo di fronte agli occhi? Godetevi i vecchi album di questi artisti, ma se è genuinità che cercate, guardate altrove o "let my heart go".
I pezzi selezionati faranno storcere il naso alla maggior parte del vecchio pubblico dei Metallica, i nuovi fan son sicuro non li conosceranno neanche, perchè i dischi a casa non ce li hanno e dubito che qualcuno di loro sia andato su Spotify a cercarsi una Low Man's Lyric.
D'altro canto, molti di questi brani sono da sempre tra i miei preferiti del gruppo di Frisco, un po' perchè sono sempre stato "alternativo" nei miei gusti, molto perchè cosa significhi essere realmente "metal" non l'ho mai capito, nè condiviso, ma soprattutto perchè son tutti pezzi che in qualche modo mi han toccato, fatto pensare, procurato più pelle d'oca, brividi, batticuori e lacrime di molti riff più degni d'esser annoverati tra la produzione degli alfieri del Metallo. E per questo ringrazio i Metallica, con i cui dischi son cresciuto, che ho sempre amato, ascoltato e suonato; li ringrazio per il loro coraggio e per quello che ci hanno donato quando hanno avuto l'ardire di abbassare di qualche DBspl il volume degli ampli, ridurre i bpm e magari han trovato la forza di guardarsi dentro per raccontarci ciò che loro sentivano, piuttosto che cantarci ciò noi ci aspettavamo da un gruppo metal.
Buon ascolto.


https://open.spotify.com/user/21gzm36avduq2ye3najr4cwyq/playlist/3xgsbxxGlQuV7Fc0QSDM9s?si=-6TqAkEFSkCTlkhF6aJIsA

venerdì 15 dicembre 2017

Liebeslied

Liebeslied è un brano dei Toten Hosen, b-side del singolo Hier kommt Alex, del 1988, ma già pubblicato un anno prima nel live Bis zum bitteren Ende.
è un classico pezzo punk rock, carico di rabbia e energia, anche se da qualche anno Campino ama introdurlo cantando la prima strofa col pubblico, accompagnato dalla sola chitarra di Breiti, per poi esplodere in una travolgente esecuzione. Il contrasto che si crea nel passaggio da un coro pacifico e disteso cantato su un tappeto di mani che battono a tempo, ad un pogo selvaggio che si scatena sotto il palco, non fa che enfatizzare la dualità di questa canzone, che porta con sè tutta la nostalgia per un periodo ormai lontano nel tempo, ma anche la rabbia e l'aggressività del momento storico che essa racconta.
Il tema principale di Liebeslied (Canzone d'amore) sono i furibondi scontri di strada che tanto hanno segnato gli anni antecedenti la caduta del Muro, nella Berlino Ovest degli anni Ottanta, periodo cupo, pesante, difficile, che ha però dato energia ad una città capace di sviluppare una rabbiosa e creativa "Subkultur" che ha indelebilmente segnato un luogo che in quegli anni era diventato la Mecca di ogni artista "non conforme" (Lou Reed, Nick Cave, David Bowie, tanto per citarne qualcuno) che qui trovava spazi e modalità per esprimersi liberamente, di fronte ad un pubblico particolarmente ricettivo e in fermento.
I violenti scontri con la polizia, i feriti e le auto bruciate sono al centro del testo degli Hosen, in una descrizione di un mondo distopico e apocalittico, ma assolutamente reale. La Liebeslied, la canzone  d'amore che si sente alla radio, viene usata come strumento di critica verso una società che prende atto di ciò che sta succedendo nelle strade, ma con il quale, di fatto, non sa fare i conti, preferendo barricarsi in casa e facendo finta che ciò che succede oltre la propria porta non la tocchi direttamente. La Liebeslied è così interpretabile come il tentativo dei mass media di banalizzare e ridimensionare l'atteggiamento rivoltoso e insurrezionalista dei giovani che muoiono nelle strade durante gli scontri, è il Soma che viene dispensato ai sottomessi e indifferenti abitanti della Berlino Ovest, per anestetizzarli e renderli meno sensibili e coscienti dei cambiamenti epocali che stanno bollendo nel calderone socio-politico che di li a breve si rovescerà in maniera incontrollata e incontrollabile, portando all'abbattimento del Muro e alla riunificazione della città.
Il senso di desensibilizzazione è chiaro nell'immagine di chi "conta le vittime al tavolo della colazione" (con in sottofondo la radio che passa canzoni d'amore).
Tuttavia, io personalmente sono aperto anche ad un'altra lettura del brano. Pur tenendo presente la critica sociale che viene fatta, la Liebeslied potrebbe rappresentare anche, come spessissimo avviene nei testi degli Hosen, il simbolo di una speranza d'amore e unione che già aleggia nell'aria; nonostante la violenza contingente, il Bene trionferà sul Male (speranza più volte ribadita nelle canzoni del gruppo). Quando nell'ultima frase, quell'ein Liebeslied (una canzone d'amore) diventa unser Lied (la nostra canzone), è inevitabile immaginarsi, al di là della critica sociale, due innamorati che anche in mezzo alla furia dello scontro, tra lacrimogeni e manganellate, non possano fare a meno di avvertire che da una radio stiano passando la loro canzone. Ed è un'immagine forte, quella di due persone che magari sono distanti o perse nel conflitto, ma sentono entrambe la loro canzone e allora pensano per un monento a quando tutta quella violenza finirà e loro potranno semplicemente godersi il loro brano preferito, magari abbracciati sui resti di quel Muro oramai crollato.
C'è un'ulteriore immagine che questa canzone riporta alla mente, molto più vicina a noi nel tempo e nello spazio, rispetto agli scontri di Berlino.
Mentre la violenza infuria fuori controllo, la radio passa la nostra canzone.
E se quell'aggettivo possessivo si riferisse agli Hosen stessi? Se quella che si sente per radio fosse proprio una loro canzone?
Luglio 2001, Genova. Mentre l'inferno si riversa nelle strade, la polizia irrompe nella Diaz. Alla radio stanno passando Male di Miele degli Afterhours...

Fu così veloce, come tutto iniziò
una pietra in volo come segnale di battaglia.
Tutto ad un tratto scoppiò l'inferno 
un continuo alternarsi di attacco e fuga.
Gli idranti ti sferzano, 
i lacrimogeni ti bruciano il viso.
Le vetrine dei negozi sono solo più frammenti di vetro, 
auto completamente bruciate.
Ordine a tutti: "è meglio che restiate attenti! 
Rinchiudetevi, chiudete gli occhi!"

E dalla radio giunge una canzone d'amore.
E allo spettacolo in televisione trasmettono una canzone d'amore.

Davanti alla tua porta, nella tua zona
giustizia è solo una parola.
Ordine a tutti: "è meglio che restiate attenti! 
Rinchiudetevi, chiudete gli occhi!"

E dalla radio giunge una canzone d'amore.
E allo spettacolo in televisione trasmettono una canzone d'amore.
E dalla radio giunge una canzone d'amore.
E allo spettacolo in televisione trasmettono una canzone d'amore.

Il sole splende la mattina dopo,
come un bacio inizia la giornata.
Il caffè è buono, le notizie sul giornale sono fresche, 
contate le vittime al tavolo della colazione. 

E dalla radio giunge una canzone d'amore.
E allo spettacolo in televisione trasmettono una canzone d'amore.
E dalla radio giunge una canzone d'amore.
E allo spettacolo in televisione trasmettono una canzone d'amore.
E dalla radio giunge una canzone d'amore.
E allo spettacolo in televisione trasmettono la nostra canzone.

(la traduzione è mia)













 

martedì 7 novembre 2017

Nick Cave & The Bad Seeds @ Mediolanum Forum - Assago 06/11/17

La vita ti fa soffrire, spesso ingiustamente, per ragioni che ti sfuggono. Più ti sforzi, più i rovi ti aprono la pelle.
Ti capita di comprare un biglietto per un concerto di Nick Cave in quello che consideri essere uno dei periodi più felici della tua vita. Torni a casa, metti il biglietto in un cassetto e cominci ad aspettare l'arrivo di quel giorno, continuando a vivere, continuando a sforzarti.
Nel buio del cassetto, la data di quel giorno, stampata sul biglietto, ti ha aspettato per tutti questi mesi, paziente, come una tigre in agguato. Quando finalmente giunge quel giorno, ed è ora di tirare fuori il biglietto, non sei più la stessa persona che l'aveva messo via; scopri che ti sei sforzato troppo e sai che stai vivendo uno dei periodi più difficili della tua vita.
Guardi quella data immutata, lei, fissarti dal biglietto che ti brucia tra le mani. La odi e la maledici, perchè non doveva arrivare ora, non così. Perchè oggi non hai la forza di affrontarla e non sai da che parte iniziare, perchè oggi non è più come ieri.
Stai per cedere, per rimettere definitivamente via il biglietto e rinunciare alla tua data, alla tua giornata, al tuo pezzetto di vita. Poi pensi a Cave. Non al cantante australiano di fama mondiale, non a uno dei più grandi, potenti e devastanti scrittori viventi, no: pensi al Cave uomo. Pensi alle difficoltà della sua vita, pensi a cosa ha dovuto sopportare negli ultimissimi anni, alle sue perdite e ciò che può aver sofferto e stia soffrendo. Glielo devi, per tutto ciò che ti ha sempre dato, per tutta la parte di vita che ti ha cantato, per tutto l'amore che ti ha fatto conoscere. Se non lo vuoi far per te, lo farai per lui. Allora prendi il biglietto e ti metti in viaggio.
Un concerto del genere non lo si può capire leggendo le righe di un blog, nella stessa misura in cui non lo si può capire stando seduto su degli spalti. La magia, il rito, la celebrazione, la metamorfosi, la cura e la catarsi avvengono davanti al palco, nelle primissime file, ed è li che mi trovo, in seconda fila.
Sono stanco perchè non ho dormito, perchè il viaggio è stato lungo, perchè ho atteso l'inizio del concerto seduto a terra per due ore senza muovere le articolazioni inferiori e perchè il fardello che ho portato con me stasera è piuttosto pesante ed ingombrante e non mi riferisco unicamente al cappotto che sono costretto a tenermi sul braccio per tutto il tempo.
Quando Nick entra in scena, dopo i Bad Seeds, è come se tutto questo mi passasse davanti come un film, alla velocità della luce. Le mie resistenze si abbassano e appena sento la sua voce intonare il primo brano, le lacrime mi solcano già il viso. Sono felice di essere qui.
Le parole di Nick mi fan pensare al mio fardello, a chi avrebbe dovuto esserci e invece ha deciso di non esserci. Mi asciugo le lacrime. La musica sconvolge l'anima, Nick è così vicino e ora viene verso di noi, verso di me. Allungo piano una mano, lui afferra le mie dita e me le stringe; non le lascia.
In quel momento realizzo di aver fatto la cosa giusta, ma non perchè stia stringendo le dita di Nick Cave, ma perchè è lui a stringere le mie.
Nick ci ha convocati qui questa sera per una festa, che si può realizzare solo grazie alla nostra presenza. Nick ha bisogno di noi, come noi di lui. Tutto è studiato per un concerto che sia per Cave un vero e proprio bagno di folla, affinchè possa avvertire la nostra presenza, toccare con mano la nostra vicinanza, vedere la nostra partecipazione nelle lacrime che abbiamo negli occhi. Tieni stretta la mia mano, Nick, sono qui per te.
La serata è un susseguirsi di emozioni intensissime. I Bad Seeds sono uno spettacolo e basterebbero le facce di Thomas e le sfuriate schizofreniche di Warren per rendere unica la performance. La scaletta fa tremare i polsi. Nick ci cerca continuamente, si lascia andare sulla folla, si sporge sul bordo del palco e chiama a raccolta le prime file sotto di lui facendo segno con le mani: "C'mon, c'mon, c'mon, c'mon, c'mon, hey listen, listen...shhhh, listen". Si accovaccia, ti prende le mani, ti guarda negli occhi e ti racconta la sua storia, sussurrando nel microfono e improvvisamente..."pow, pow, pow, pow" esplode con un balzo e un grido che ti fanno trasalire e torna a ballare tra i Semi Marci, con un'intensità che sembra di esser tornati ai tempi di Tender Prey!
Frenesia e dolcezza sono equamente distribuite, tanto nei gesti, quanto tra le canzoni eseguite.
Vengono lanciati baci al pubblico e c'è tempo anche per uno scambio di calzini con un fan...
Gli encore sono devastanti, con Nick che corre tra la folla e spunta a tre quarti di palazzetto, sulle teste della gente, a condurci in un'esecuzione per mani battenti, su The Weeping Song, a cui segue un'interminabile Stagger Lee, durante la quale parte del pubblico viene invitata a salire sul palco per colmare ancor di più, se possibile, la distanza coi musicisti. Si chiude su una magnifica Push The Sky Away, con Nick che abbraccia uno spettatore e se lo tiene sulla spalla fino alla fine del brano: un gesto ancora una volta commovente. Non conosco i reali intenti di un testo come quello di Push The Sky Away, ma a me piace pensare che si riferisca a come talvolta, qualcosa di immensamente bello come il cielo, possa trasformarsi in un'entità troppo grande e sovrastante che finisce per gravare così tanto sulle nostre teste che rischia di schiacciarci e renderci dei piccoli insetti impotenti. Per quanto il cielo sia magnifico, a volte è semplicemente troppo grigio e pesante e allora bisogna trovare la forza di spingerlo via, solo per poter poi tornare ad ammirare di nuovo le stelle, "un'altra volta con sentimento".
Grazie Nick!

P.s.: A fine concerto i miei occhi ci mettono (involontariamente) due secondi ad individuare Ricky Tesio dei Marlene, che ovviamente avvicino per un saluto veloce. Peccato non esser riuscito ad incontrare anche Godano, visto che ci si era dati appuntamento...


















La scaletta recuperata a fine concerto (manca l'indicazione degli encore: The Weeping Song, Stagger Lee, Push The Sky Away)

domenica 5 novembre 2017

Paradise Lost @ Phenomenon - Fontaneto d'Agogna 28/10/17

A due anni pressochè esatti dal concerto lombardo del quintetto di Halifax, io e Dea ci rimettiamo in macchina alla volta della desolata periferia novarese per andare a prendere la nostra dose di mestizia musicale dispensata dai tristi Paradise Lost, che guarda caso giungono da queste parti sempre in questo periodo dell'anno, a loro così congeniale come atmosfera; la volta scorsa si erano palesati addirittura il giorno dei Morti...
Ironie a parte, allora eravamo andati a vedere un ottimo live di supporto ad un gran disco, The Plague Within, questa volta, invece, sarà l'occasione di sentire i pezzi del suo follow-up, il nuovissimo Medusa.
Il Phenomenon è un luogo lovecraftiano sperduto nei recessi del tempo e dello spazio, circonfuso di tenebra e gelo (e una cacchio di siepe che non te lo fa vedere quando ci passi davanti con la macchina!). Per fortuna un'enorme insegna (che comunque per un miope-astigmatico non è lo stesso di troppo aiuto, quando guida nel nero pece delle cateratte infernali), ci indica dove posteggiare il nostro mezzo, così che si possa avvicinarsi all'antro dello turpe culto de lo metallo. Un freddo porco!
L'attesa è lunga, ma finalmente dopo ere di atroci patimenti in mezzo alle malebolge metallare, le nostre anime stremate vengono accolte nello ameno loco, dove, ovviamente, ci si precipita immediatamente in prima fila, a sinistra. Mica un posto scelto a caso, eh!..
Atmosfera vagamente lynchiana. Il locale non è niente male, però sto freddo...datemi un bagno!
Torno dalla fossa dell'eterno fetore (scherzo, in realtà era tutto pulito!) che già il primo gruppo ha iniziato a suonare. Si, perchè stasera dovremo sorbircene due, prima di incontrare i Mastri di Cerimonia. Ok, si torna sotto al palco. Proviamo a sentire sti Sinistro, una band portoghese di doom psichedelico dalla fortissima impronta teatrale e dalle atmosfere oniriche. La cantante è una donna minutina, con una splendida voce, per altro, a cui piace inscenare attacchi epilettici e movimenti da perturbante marionetta rotta e posseduta, una cosa a metà strada tra le infermiere di Silent Hill e le movenze del Manson di Antichrist. Wow. Non so se ascolterei a casa un loro disco, ma dal vivo ti catturano, non c'è che dire. Malati, decadenti e sognanti, riescono a tenere splendidamente la scena e meritare il plauso di un pubblico ancora decisamente sparuto. Yeah, vai così. Vediamoci ora il secondo gruppo (oh, ma io ho voglia di vedere Greg, daje!!!).
Second act dedicato ai Pallbearer, che a mio avviso avrebbero fatto meglio a chiamarsi i Pallbreaker, se capite lo stupido gioco di parole...
Gruppo doom-de-doom-de-doom-de-sticazzi-doom americano, che ci frantuma, neanche troppo allegramente, gli zebedei per circa quarantacinque minuti, durante i quali se han suonato in tutto tre accordi è già tanto. Son così coinvolgenti che il mio pensiero è equamente diviso dalla volontà di essere nel mio letto sotto le coperte e la lista della spesa che devo fare la prossima settimana. E che due Pall! Levatevi un po' dalle pelvi e lasciate spazio a chi siamo venuti ad ascoltare! Che poi mi spiace anche essere così tranciante, ma porco di uno zio cantante, questi mi han davvero sfracassato i maroni e han vanificato ogni splendida atmosfera alla Blue Velvet creata dai piacevolissimi Sinistro. Ora, più che esser preso bene per i Paradiso Perduto, me ne vorrei tornare a casa...
Non si sentano offesi i merdallari che eventualmente leggano queste righe: abbiate misericordia per una persona che già ascolta poco metal, e che se proprio si deve far del male raramente frequenta il girone del doom.
Bando alle ciance: i nostri allegroni sono ormai sul palco e io mi ringalluzzisco subito ad essere ad un metro e mezzo da Greg, che è notoriamente uno dei miei chitarristi preferiti, anche adesso che ha la cresta e sembra uscito da Mad Max e ha delle movenze troppo keithrichardsiane che mi son del tutto nuove e che non apprezzo tantissimo.
Si apre con un pezzo di Medusa, seguito da un paio di ripescaggi presi da album a caso. Questa è più o meno la ricetta della serata, che da origine ad una scaletta che onestamente ho trovato priva di ogni senso logico: si passa da Tragic Idol a One Second, da Draconian Times a Symbol of Life, da The Plague Within ad Icon. Quelli elencati sono titoli di dischi e se avete un minimo di dimestichezza con la discografia dei PL, capirete che in scaletta ci sono stati dei continui accostamenti di brani dalle atmosfere completamente differenti l'uno dall'altro, con l'effetto di spezzare un continuum emotivo, al quale invece si punta quando si cerca di tirare giù una setlist per la serata. Il fatto che avessero due gruppi prima di loro sicuramente non ha aiutato, perchè ha compresso i tempi, quindi la scelta dei brani è stata sicuramente castrata, ma così facendo non si è dato risalto nè, alle cose più vecchie, nè a quelle più recenti, se non forse per i pezzi di Medusa. Probabilmente se tra il pubblico c'era un qualche spettatore che non conosceva i lavori dei PL ed era al suo primo ascolto, non ci avrà capito niente, tipo "ma alla fine che cacchio suonano sti qua?!...".
Boh. La performance nel complesso non è male, loro sempre dei fighi a suonare e li vedo anche presi un po' meglio rispetto allo scorso concerto, dove erano stati piuttosto glaciali...però, però, però...li ho preferiti di molto la volta scorsa. Forse più freddi, ma più "sul pezzo", più coerenti e godibili. Stephen (basso) è sempre più un walking dead: molle, pallido, viso inespressivo, sguardo perso nel vuoto, immobile. Probabilmente lo resuscitano con un defibrillatore ogni sera, poco prima di salire sul palco. Aaron (chitarra) potrebbe anche non suonare, che sarebbe un grande comunque, anche solo per il suo trasporto fisico e per come tiene la scena. Sorrisi e headbanging tutto il tempo. è il simpaticone del gruppo e davvero non si capisce che ci faccia in mezzo a sti cadaveri.
Il giovanissimo vampiro finnico Waltteri (batteria) si conferma un gran manico dietro le pelli! Uno spettacolo sentirlo suonare: eleganza, fantasia, tecnica e precisione. Impeccabile, non mi fa rimpiangere il vecchio Morris, che adoravo.
A Nick (voce) vogliamo bene, ma abbiamo ormai capito che riesce a cantare solo in studio; dal vivo è piuttosto triste ed è sempre peggio. Un peccato, perchè due anni fa ancora nutrivo qualche speranza, dopo le splendide prove su disco e la performance live non proprio da buttare via.
Gregor (chitarra), che dire? Si è intamarrito, fa delle pose strane, nell'ultimo disco non brilla per composizione e fantasia, ma alla fine è sempre Greg, e lo si ama! Quando supera la spia e fa un passo avanti sul palco e mi punta il terminale della chitarra sul naso sembra sia li per suonare solo per me (capite ora il motivo della scelta della postazione sotto al palco?) e questo, da solo, vale il costo del biglietto, per altro gentilmente offerto da Dea.
Contento di aver sentito finalmente Embers Fire e ovviamente As I Die, che però si è persa in mezzo ad altri pezzi che c'entravano poco a livello di atmosfera, o forse andavano anche bene, ma non si era creato precedentemente il giusto climax in grado di esplodere nel riffazzo di Greg. Mancano davvero troppi brani importanti, uno su tutti True Belief, che però stanno mettendo in scaletta in questo tour, se ricordo bene alternandola a Embers Fire. Non lo so, secondo me dovrebbero farle entrambe e se quella è la direzione che vuoi dare al live, magari levi un brano come Erased, che per quanto piacevole non c'entra assolutamente niente col gothic. La voglia di fare una sorta di best of per un gruppo come i PL non paga molto, perchè han fatto lavori troppo diversi tra loro e si rischia di creare un minestrone davvero troppo poco coerente. Io preferisco sentire qualche pezzo in meno ma avere un'esperienza di ascolto che possa svilupparsi su un percorso emozionale che abbia una sua logica e un suo svolgimento graduale, piuttosto che zompettare di qua e di la tra brani completamente slegati.
Il momento più bello? No Hope In Sight. Anche se è solo del penultimo disco, questo pezzo è per me ai livelli delle cose più belle di Icon e viene la pelle d'oca ogni volta che lo si sente. Mamma che brividi, veder Greg quasi a portata di braccio produrre quelle vertigini sonore che sono il suo marchio di fabbrica e che me lo fanno amare.
Ed in effetti, i giorni successivi al concerto, più che i pezzi di Medusa sono andato a ripescarmi The Plague Within. Onestamente non ho neanche il desiderio di parlarvi di Medusa, perchè l'ho trovato troooooppo noioso. Ma poi tra di voi c'è qualcuno che ascolti sto benedetto gruppo?...
Oh, ma quanto ho scritto? Pensavo che non avrei buttato giù più di quattro o cinque frasi...
Sorry!

Le foto sono mie e di Dea.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...